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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato Capitolo I Mondo greco e romano
L’esodo -
Le
donne e i riti orfici - I riti dionisiaci -
Le superstizioni
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L’aldilà - La cultura
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. Le superstizioni
Nel periodo storico che stiamo trattando si diffusero molte credenze, sia nel mondo greco che in quello romano, che ancora vivono oggi, di cui la più nota è quella dell’olio e del sale, che rovesciati sulla tavola , si ritengono segni di sventura. La spiegazione è abbastanza semplice: sia l’olio sia il sale sono stati sempre depositari di particolari virtù (non bisogna sedersi a tavola se il sale non v’è stato posto prima, dice Pitagora), e dunque il perderne una certa quantità versandoli viene inteso come un indizio infausto. Tanto che già la compitezza dei Romani imponeva che la saliera venisse passata al commensale facendola scivolare sulla tavola. Nella Bibbia l’olio è di volta in volta segno di prosperità, di offerta, di devozione, di consacrazione. Non meno rilevante è il sale, segno di sapienza applicato da Gesù ai discepoli, che egli definisce <<sale della terra>>. Nella religione cattolica veniva posto sulle labbra del battezzando e distribuito alla gente, una volta benedetto, per scongiurare flagelli e carestie. Oggi il nuovo rito del battesimo non prevede la cerimonia del sale, ma con questo si continua a preparare l’acqua benedetta. Olio e sale, si sa, conservano una parte notevole nelle cerimonie religiose. E così sono considerati segni infausti - il cane nero introdottosi in casa , il verso lugubre di una civetta, il buco fatto da un topo in un sacco di farina nella dispensa, inciampare nella veste o sulla soglia di casa nell’atto di uscire, portare certi fiori ai malati, perché quei fiori si offrono ai defunti, posare il cappello sul letto, perché in certe regioni si suole, quando si veste un morto, mettere il cappello ai suoi piedi; regalare fazzoletti o spille, perché i fazzoletti servono per asciugare il pianto e le spille pungono [1]. Tutto ciò, naturalmente, senza considerare i sogni e quegli <<eventi>> straordinari (come la statua che si metteva a ridere , o il cavallo a piangere, o il bue a parlare), ovviamente del tutto immaginari e frutto dell’illusione dei sensi, interpretati con l’autosuggestione di una fantasia già predisposta e facilmente eccitabile. In ogni caso, dopo ogni <<messaggio>>, sia che si volessero rendere propizie le divinità sia che se ne dovessero impedire gli influssi dannosi, era necessario ricorrere alle pratiche più opportune - poche parole, gesti semplici o riti complicati che fossero - a seconda dell’esperienza tramandata da generazione in generazione, la stessa esperienza dalla quale derivava la conoscenza dei <<segni>>. Bastava che un determinato<<avvenimento >> si fosse ripetuto più volte in coincidenza di un medesimo <<segno>> ed era facile riconoscere in quel segno un sicuro presagio di quell’avvenimento. Al caso erano in pochi a credere. In molti, invece, credevano alle capacità sovrannaturali di <<intermediazione>> o di intervento diretto di esseri misteriosi o di semplici oggetti e cose di tutti i giorni. Così, a lupi mannari, streghe, vampiri, mostri di vario genere (soprattutto marini) s’accompagnavano nella fantasia spettri e fantasmi, identificati questi nelle anime di persone scomparse o vittime di morte violenta e rimaste insepolte, che vagavano senza requie nel mondo dei vivi [2]. Il fuoco è inteso come un elemento purificatore, tale da allontanare gli esseri malvagi. Il ferro è un naturale simbolo della forza, sicché , toccarlo, consente di resistere agli attacchi di tutto quanto è nefasto; tra gli oggetti di ferro particolare importanza hanno i chiodi, che i Romani usavano per sconfiggere il male piantandoli nelle pareti dei templi[3]. Gli oggetti d’oro e d’ambra proteggevano chi li indossava dalle forze ostili; ciondoli di varia forma ( da quelli col crescente lunare a quelli riproducenti gli organi genitali maschili) conciliavano, al solo toccarli, gli spiriti favorevoli; certe erbe (come la ruta), conservate in casa o portate addosso, erano capaci di difendere dalle cattive conseguenze dell’invidia. Era molto temuta nel suo significato originario di <<malocchio>> l’influsso malefico deliberatamente sprigionato e trasmesso attraverso lo sguardo ( e perciò <<invidia>>, da IN e VIDEO) da persone particolarmente dotate[4] . Nell’ambito della repertazione archeologica, il gran numero di amuleti ed oggetti ritrovati nelle tombe, testimonia l’importanza che veniva conferita alla superstizione. Ne è un esempio il campanello di bronzo, la cui funzione era quella di scacciare gli spiriti maligni, venuto alla luce nella necropoli romana di S. Marco di Castellabate[5] e conservato presso il museo nazionale di Paestum [6]. In un’operetta giovanile, intitolata Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, Giacomo Leopardi si occupa di superstizioni dedicando un capitoletto allo starnuto, e dimostra che l’origine dell’augurio, <<salute !>> a chi starnuta risale al tempo dei Greci e dei Romani. Se la testa è la parte più importante del corpo, se essa contiene l’intelligenza che è sacra, quanto ne esce lo è altrettanto, e, dunque, richiede un omaggio particolare. Era diffusa la credenza che i segni avessero un valore premonitore e che anticipassero la realtà futura: donde il sorgere di una complessa scienza intesa a interpretarli[7]. [1] Cfr. Moscati S., Il Passato che vive - A. Mondadori Ed. S.P.A. 1979 p.156ss e Sale e Pepe A. Mondadori Ed. Settembre 1994 p.97. [2] Staccioli R.A., Quando si rovescia il Sale in Archeo n°45 1988, p.126. [3] Cfr. Moscati S., cit. p. 158ss. [4] Staccioli R.A., cit p.126ss. [5]Alla fine degli anni ‘60 il Compianto Archeologo Mario Napoli sbalordì la platea, in un convegno, affermando che il mare di Castellabate avrebbe dato alla conoscenza dei posteri ricchezze di inestimabile valore nel campo storico, scientifico ed architettonico, riferendosi alla zona e alla città sommersa di Leucosia. Possiamo affermare, con tutta sincerità, che non si sbagliava. Cfr. Il Maestrale ventiduesimo 1/96. [6] Nella prima campagna di scavi, condotta dalla Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento dal 16 giugno al 21 maggio 1983 furono portate alla luce 23 sepolture (attualmente sono oltre 160) appartenenti ad una necropoli romana. Cospicua è da ritenersi, durante quella prima campagna, da me seguita, la quantità dei reperti recuperati: 14 brocchette, 9 lucerne, 5 unguentari di vetro (uno in frammenti), 2 anforoni (uno frammentato), aghi crinali d’osso (in frammenti), anellini di bronzo, perline di pasta vitrea, monete di bronzo, chiodi e chiodini di ferro pertinenti alle calzature dei deposti, frammenti di bronzo, 2 orecchini d’oro con pendente di pietra dura, un campanello di bronzo, una brocca, un piatto e un frammento di iscrizione reimpiegata nella copertura della tomba trovata, come altre tre priva di corredo. Il suddetto materiale fu portato nei laboratori del Museo di Paestum per essere restaurato. Cfr. Amato A.R., Necropoli Romana in S. Marco di Castellabate, in Il Cilento n°4, 1983. [7] Cfr. Moscati S., cit. p.163.
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