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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato Capitolo I Mondo greco e romano
L’esodo -
Le
donne e i riti orfici - I riti dionisiaci -
Le superstizioni
- La saggezza -
L’aldilà - La cultura
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. Uele e la scuola uelete
Nel Cilento, come già accennato, sorse Uele, che con parsimonia fu chiamata Elea; in epoca romana potè conservare lingua e tradizioni greche risalenti alla sua origine. Se vogliamo, con lieve ritocco, anche il nome che divenne Uelia (Velia per noi) E’ fresco e sereno il viso di profilo dal naso greco della ninfa Uele sui didrammi antichissimi con le quattro lettere del nome sottoposte al collo che indicano la città che l’onorava, in ossequio alle tradizioni delle città della Magna Grecia che battevano moneta[1]. La città, fondata nel 535 a. C., dai Focesi[2], dove fiorisce la famosa scuola filosofica Uelete (Eleatica), è posta tra Marina di Casalvelino e Marina di Ascea, gran parte di essa deve ancora venire alla luce. Secondo la dottoressa Giuliana Tocco Sciarelli, soprintendente ai beni archeologici della provincia di Salerno Avellino e Benevento, intervistata da Puccio Corona, per la trasmissione Lineablu, andata in onda, su Rai uno, il 17/10/97 < è in luce la decima parte, forse ancora di meno>. La strada che porta verso l’altura dove c’era l’acropoli, decomposta nel periodo in cui si ci premuniva contro gli assalti saraceni impiantando rocche e torri sulle coste[3], fu la strada su cui passeggiarono Senofane, Parmenide, Zenone e Melisso. Senofane, giunto ad Uele, a venticinque anni, cantò le origini della città e scrisse un poema sulla natura[4]. Egli cantava la sua filosofia nei banchetti e in nome della logica e della ragione attaccava ogni forma di superstizione, compresa quella che gli dei avevano forma umana. Lanciava strali contro Pitagora[5] , criticava la gente che tributava grandi onori agli atleti, eroi dei muscoli, e non ai pensatori, eroi dell’intelligenza; affermava che le nostre conoscenze sono semplici opinioni e non la verità assoluta. Il principio del mondo per lui era il Dio-Unico, senza principio e fine. Parmenide e Zenone che a lui si ispirarono furono nativi di Uele e, in contrapposizione al dualismo pitagorico ebbero una visione monistica della realtà e quasi giunsero all’idealismo assoluto, con l’affermazione che tutta la realtà è pensiero. “Che strano, scrive Luciano De Crescenzo, questo Parmenide: ogni qual volta se ne esce con quel suo <<l’essere è, il non essere non è>> e mi fa tanto venire la voglia di rispondergli <<ma no>>, poi penso che si tratta di uno dei più grandi filosofi greci e mi sto zitto”[6]. Il pensiero di Parmenide fu elaborato dal suo discepolo Melisso che, a differenza del maestro, usò il verbo <<esistere>>: “ se qualcosa esiste è eterno, dato che nulla può nascere dal nulla. Se è eterno è anche infinito, perché non ha principio né fine. Se è eterno e infinito è anche uno, perché se fosse due, ciascuno dei due finirebbe col diventare un limite dell’altro. Se è eterno, infinito, uno e omogeneo, è anche immobile, non esistendo un posto al di fuori di esso dove andare. Se è eterno, infinito, uno, omogeneo e immobile, non può soffrire né provar pena, dovendo restare uguale a se stesso. L’essere di Melisso, continua il De Crescenzo, è insomma una cosa buona, positiva. Non è ancora un identikit di Dio, ma poco ci manca. Il salto, tra la concezione di un universo infinito, uno ed eterno, e la ipotesi di un Dio con eguali caratteristiche, diventa sempre più piccolo, e non a caso, in uno dei suoi frammenti, Melisso descrive l’essere quasi come se parlasse di un vecchio con la barba”[7]. Zenone era la <<spalla>> di Parmenide; studiò fisica, matematica e astronomia e divenne in breve tempo un uomo di eccezionale cultura. Fu anche un ottimo polemista, al punto che sarà citato da Aristotele come l’inventore della dialettica. Ebbe numerosi allievi, tra cui Melisso, Empedocle, Leucippo, Pitodoro, Cefalo, Callia e perfino Pericle . Peccato che fece un’orrenda fine [8]. La Scuola Uelete si tiene in stretto contatto con la Scuola Pitagorica che fiorisce a Crotone. Pitagora trova nel numero il principio di tutte le cose, concepisce Dio come causa e principio dell’universo, è il primo a parlare di dualismo anima-corpo e a dare all’anima la supremazia, fondando l’idealismo; ed è il primo, dopo Parmenide, come asserisce Diogene Laerzio[9], a parlare della terra come una sfera che gira su se stessa, e intorno al sole e a dare la famosa tavola che porta il suo nome che fu il computer dei suoi tempi... Pitagora era stato influenzato dalle dottrine orfiche e credeva nella metempsicosi, l’idea che egli forse aveva portato dall’oriente. Infatti girò in lungo e in largo per il mondo, dalla Persia all’Egitto, dalla Fenicia a Babilonia e, pare anche nell’India per istruirsi nei segreti delle scienze e delle religioni degli altri popoli... Porfidio, un suo biografo, scrisse che egli aveva succhiato il miele da tutti i fiori: dagli egiziani aveva imparato la geometria, dai fenici l’aritmetica, dai calcidesi l’astronomia, dai maghi persiani le formule della religione e le massime su come comportarsi nella vita. Otto Neugebauer, il maggiore studioso delle scienze esatte del mondo antico, scrive che il teorema di Pitagora” era noto più di mille anni prima ed aggiunge che “nel corso dell’intero sviluppo della matematica babilonese fu noto che la somma dei quadrati dei lati di un triangolo rettangolo è uguale al quadrato dell’ipotenusa”[10]. Secondo la dottrina della metempsicosi, quando il corpo muore l’anima, se non è pura, si reincarna nel corpo di un’altra entità vivente, pianta, animale o uomo, tante volte quante ci vogliono perché si purifichi diventando divina e immortale. Lui stesso diceva che in una precedente vita era stato Euforbo, un guerriero ucciso a Troia. Questa era un’idea che dava molto sui nervi a Senofane di Uele il quale, nell’epigramma Pitagora e il cane, diceva: “ Qualcuno picchiava un cane. Pitagora si fermò e disse: non lo sai che stai picchiando un mio amico che è dentro il cane?”. Ventitré secoli dopo Pitagora, l’idea della reincarnazione esercita, soprattutto in America, una grande forza di suggestione su milioni di persone che si fanno ipnotizzare per scoprire cosa erano state in una vita precedente: la scrittrice americana Taylor Caldwell ha scoperto, di essere stata la madre di Maria Maddalena; e una signora del Texas si ritrovò cavallo di un centurione romano...[11]. Uele fu sede di una Scuola Medica[12], famosa quasi quanto quella di Crotone fondata da Alcmeone che fu il fondatore dell’anatomia umana, scoprì la circolazione del sangue, dalla fisiologia giunse alla psicologia e acquistò fama di filosofo. Trovò nel cervello e non nel cuore la sede del pensiero umano e di ogni attività sensoria e intellettuale, e avanzò teorie sul feto e sullo sperma, affrontò anche il problema dell’anima e della sua immortalità... Velia (già Uele) fu anche meta di infermi che accorrevano al suo asclepio per le cure. La Scuola Medica Salernitana discese da quella di Uelete, mantenendo nell’Italia meridionale la tradizione della cultura greco-latina. Salerno, per molti secoli, venne anche detta urbe greca; nella Scuola oltre all’insegnamento della medicina, praticato e seguito anche da donne, veniva impartito anche quello della filosofia, della teologia e del diritto. Trasformata più tardi in Università, fu soppressa il 25 gennaio 1812 da Gioacchino Murat[13]. Per la mitezza del clima, per l’aria salubre, per cure mediche, l’ospitalità e l’alto tenore di vita degli abitanti, Velia divenne meta e soggiorno di patrizi ed intellettuali di Roma, tra questi Cicerone, Paolo Emilio e Orazio (che dedicò all’amico Trebazio, che aveva per patria Velia, il secondo libro delle satire). Bruto, dopo l’uccisione di Cesare, avvenuta il 15 marzo del 44 a.C., contro il quale aveva inveito con inaudita violenza, si rifugiò a Velia e Marcantonio, partito al suo inseguimento, lo attese al largo senza entrare in città[14]. Come già accennato il grosso di Uele (oggi Velia), è ancora sepolto nel circuito di nove chilometri di mura. Dalla parte di Ascea, dove al tempo il mare giungeva a lambire i piedi delle colline, si possono vedere i resti del cosiddetto , il porto, l’isolato della palestra della gioventù e le terme di epoca romana, il caratteristico “Pozzo Sacro” e Porta Marina Sud con la poderosa torre di guardia. Sulla sommità del colle, in antico promontorio sul mare, sorgeva l’acropoli di cui ancora sussiste la base del tempio, che era forse intitolato ad Athena[15], e parte del teatro che è il più arcaico tra quelli che si sono rinvenuti in Magna Grecia. A settentrione del colle vi era un altro quartiere, di cui avanza pochissimo. Lungo l’asse stradale che congiungeva i due quartieri si incontrano, partendo da sud, le terme, l’agorà e sul crinale del colle la famosa Porta Rosa[16], che il compianto Mario Napoli dedicò alla moglie Rosa, un monumento quasi unico[17] in Magna Grecia e poco distante resti di un edificio termale greco, con pavimenti musivi. Mario Napoli rese possibile a tutti di compiere ancora passeggiate sull’irta strada di Porta Rosa, fino ai resti della Porta Arcaica, percuotendo le stesse pietre che furono calpestate dai sandali di Parmenide e di quanti a lui vicini discussero di legislazione, di medicina e di quella filosofia dell’Essere che ancora oggi traspare nell’animo dei cilentani, seppure a volte sepolta sotto la polvere dell’indifferenza. Ed ora, scrive il De Crescenzo, “sdraiatevi sull’erba e mangiatevi lo sfilatino di salsicce e friarielli preparato dalle vostre gentili signore; sedetevi infine a prendere il sole sui gradini del tempio maggiore e osservate con calma il luogo dove ogni mattina Parmenide insegnava a Zenone che <<l’essere è>> e che<<il non essere non è>>; chissà che il fascino del paesaggio non riesca a farvi penetrare nella filosofia dell’essere molto di più di quanto non siano capaci i manuali specializzati”[18]. Oltre che per la grande Scuola Uelete, famosissima fu pure Velia, al tempo del suo massimo fulgore, per la coniazione delle monete, le più perfette che siano state coniate nelle città greche dell’Italia meridionale . Il Mommsen, considerando tali monete dal punto di vista artistico e paragonandole alle altre della Magna Grecia, le ritiene superiori perfino a quelle della madre patria e le giudica dei veri capolavori[19]. Cicerone nell’orazione <<Pro L. Cornelio Balbo>>, parla di Velia come città libera e da tempo federata di Roma nella quale, più che in altri centri, si sceglievano le sacerdotesse per iniziarle, secondo il rito greco, ai misteri della favolosa Cerere[20]. A Velia fiorirono tra gli altri, il culto di Leucotea[21] dea protettrice dei naviganti, introdotta dai coloni greci, e quello di Proserpina. Vi era , inoltre, un tempio dedicato a Minerva e di questa stessa dea sono tuttora conservate alcune monete recanti la sua immagine. Tutto l’impianto della città: i quartieri, le porte, le mura, i porti, risalgono ad un periodo oscillante fra il V ed il IV sec. a.C., la Porta Rosa è oggi generalmente datata intorno al 330 a.C. [1] Bracco V., cit. p.93. - Nelle ultime monete di Velia e nelle ultime iscrizioni, le une e le altre della prima metà del I sec. d.C., perdura l’etnico YELETON, per cui si avvicina molto a quello delle prime monete e alla forma latina Velia. Cfr. Napoli M., Guida degli scavi di Velia - 1975. [2] Che avevano lasciata la patria per sottrarsi all’assedio dell’esercito di Ciro (545 c.) e si erano prima rifugiati in Corsica dove avevano fondato Alalia, poi, cacciati da Etruschi e Cartaginesi, si erano portati a Reggio e con l’aiuto dei Reggini avevano innalzata Uele. Cfr. T.C.I. Italia Meridionale Vol. III - Napoli M., Guida degli scavi di Velia 1975- passim. [3] Qui, più che altrove, masso dopo masso, furono asportati dal massimo tempio della città, ( m. 32,50 X 19,35) per essere impiegati nella costruzione di un castello, di cui avanzano lame delle mura, e nella Torre dei Sanseverino. passim [4] Poema attribuito, da alcuni scrittori , a Parmenide. [5] Pitagora aveva molte superstizioni ed era molto pignolo. Imponeva ai discepoli di entrare nel tempio dalla parte destra, di mettere prima un calzare al piede destro, poi al sinistro. Inoltre, proibiva di attizzare il fuoco con un ferro, di toccare un gallo bianco, di mangiare gli organi genitali delle bestie del sacrificio. Conosceva una serie di incantesimi per far guarire i malati e diceva di indovinare il futuro dai sogni, dal volo degli uccelli e dalla direzione che prendeva il fumo dell’incenso sugli altari. Il divieto di mangiar fave si spiega o con il fatto che fin da allora era nota la malattia che oggi è detta favismo o con l’idea della reincarnazione. A Plutarco, infatti , un poeta pitagorico diceva che per lui “mangiar fave era come mangiare la testa di un parente” reincarnata nelle fave. Platone invece, spiegava, che Pitagora sconsigliava il fave perché esso produce flatulenza e non fa dormir tranquilli. La fama di Pitagora si diffuse dappertutto, tanto che Crotone diventò una specie di scuola di governo per tutta la Magna Grecia...Basti pensare che Platone venne in Italia per apprendere la dottrina del maestro dalla viva voce dei discepoli e comperò, pagandoli più di duecento volte il loro valore, due libri sul pitagorismo. [6] De Crescenzo L., cit. p.118. [7] Ibidem p.137ss [8] Contro Nearco, tiranno di Siracusa, Zenone ordì una congiura e finanziò una spedizione armata di aristocratici che, partendo dall’isola di Lipari, avrebbe dovuto sbarcare nottetempo sulla costa italica. L’impresa purtroppo finì male: qualcuno evidentemente aveva messo sull’avviso gli uomini di Nearco. I rivoluzionari furono sterminati quando ancora non avevano messo piede sulla spiaggia di Uele e il filosofo venne trascinato in catene davanti al tiranno Nearco. Questi, fece di tutto per strappargli i nomi dei congiurati rimasti a Uele; e, quando si avvicinò a Zenone per meglio udire i nomi dei complici, questi gli addentò l’orecchio e non lo mollò finché non cadde trafitto dalle spade dei carnefici. E non basta: non essendo ancora morto, fu di nuovo sottoposto a tortura, al che lui si mozzò la lingua con un morso e la sputò in faccia al tiranno. Allora , finalmente, Nearco si arrese: capì che con un tipo del genere non c’era niente da fare e comandò che fosse pestato in un mortaio e ridotto in piccoli pezzi.- Cfr. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi IX 27 - trad. it. A cura di M. Gigante, Ba 1962 p. 435 rip. Da De Crescenzo L., cit. p.126ss. [9] Autore nel III sec. d.C., delle vite e dottrine dei filosofi : “Parmenide Eleate per primo dimostrò esser sferica la terra e posta al centro dell’universo...” [10] Neugebauer O., Le scienze esatte nell’Antichità, Mi 1974, p.54. [11] Cfr. Due Mondi del 18/9/83 p.9. [12]Nel 1960 a Velia fu riportata alla luce, la statua di un personaggio che l’epigrafe rivelò essere un medico velino - Oulis Euxìnou Yeletes iatros pholarchos etei CCCLXXIX (Oluis figlio di Eusino velino - medico caposcuola - anno 379) nonché due erme pure dedicate a medici velini: una perfettamente conservata, Oulis Aristonos iatros pholarchos ètei CCLXXX -( Oulis figlio di Aristone medico caposcuola anno 280 ) l’altra mutila ma ricostruibile - Oulis Ieronymou iatros pholarchos ètei CCCCXLVI - ( Oulis figlio di Jeronimo medico caposcuola anno 446 ). Questa Scuola di medicina, presente nella prima età imperiale romana, filiazione di quella ionico-italiota degli Ueleti (Eleati) la continuazione-derivazione, da ambedue, di quella Schola che nel medioevo fece di Salerno una delle quattro più celebri città del mondo.Cfr. Pietro Ebner - Scuola di medicina a Velia e a Salerno - in Storia delle Terre ecc. cit. pp.557-558.Questi reperti sono conservati nei pressi dell’acropoli, in una nuda chiesetta , che forse insiste sul luogo ove fu la cappella basiliana di San Quiricio, assieme a molti altri: Un epitaffio parla di un veterano della flotta di Miseno, deductus Vellias, mandato a Velia a coltivare il suo angolo di terra. Altre epigrafi sul pavimento e sulla parete; cippi sacri d’arenaria in mezze ad esse. Finalmente le iscrizioni e le statue del collegio medico: in fondo sulla sua erma è il calco della testa marmorea, conservata altrove, di Parmenide. Notiamo subito che ogni dedica, incisa per i capiscuola , è chiusa dall’indicazione di una data, che potrebbe essere calcolata dall’anno di costituzione della Scuola o dall’anno di fondazione della città e che, variando ad ogni dedica, deve essere riferita al culmine dell’attività professata dal personaggio celebrato. Cfr. Bracco V., cit. pp.98-103.Altri reperti, chiusi in 3700 casse, custoditi in depositi della Soprintendenza ,attendono di venire esposti nella chiesetta , [13]Cfr. Il Meridiano, Ottobre 1996 e Storia delle terre cit. p. 941. [14] Cfr. Papa F., il Mensile, anno IV n°7 p.23.- I Romani si recavano a Velia perché mossi dal desiderio di respirarvi “aure di vita aure di libertà” - Il console P. Emilio, come narra Plutarco, colto da grave malattia, fu consigliato dai medici a respirare l’aria salubre di Velia. -Cfr. Volpe G., Notizie Storiche delle Antiche Città e Principali Luoghi del Cilento - Rist. anast. Sa 1971 p.95.- Cfr. Il Meridiano - Ottobre 1996. [15] Perché Athena avevano onorato i Focei nella loro sede d’origine come nessun altro iddio. Non solo la spoliazione , come già accennato, ha devastato il tempio, che era probabilmente ionico, non risparmiando una base, un rocchio, un capitello, ma la decomposizione stessa, per dir così, lo ha disfatto in profondità, dissolvendone il basamento nel tratto in cui si insediò la torre col suo fossato. Cfr. Bracco V., cit. p. 96. [16]Ottomila metri cubi di materiale si son dovuti asportare per recuperare alla vista e al passo la strada e il fornice che furono probabilmente interrati da una frana, forse, nel terzo secolo a.C. La rivelazione dell’Arco Rosa, assegnato al 330 a.C., ha gettato un fascio di luce inattesa sulla tecnica greca degli archi, che non era prima testimoniata nel Mezzogiorno d’Italia e che, appunto per l’assenza totale, si pensava che Etruschi e Romani ne avrebbero introdotto l’uso nella penisola. Cfr. Bracco V., cit. p. 105. [17]In tutta la Magna Grecia, è stato ritrovato solo un altro arco, e a poca distanza . Vedi appresso - Capitolo II. [18] De Crescenzo L., cit. p.106. [19] Mommsen M., Storia Romana Vol I P.122- rip. Da Guzzo A., cit. p.26. [20] Volpe G., cit. p.106 e p.111 nota 24. [21] Johannowsky W., scrive che l’isola di Licosa <<Prendeva probabilmente nome da un santuario di Leukothea>>, in Itinerario di Archeologia ecc. rip. Da Amato A.R., Il Paese delle Sirene cit. p.10 nota 3. |
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