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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato

Capitolo I   Mondo greco e romano 

L’esodo - Le donne e i riti orfici - I riti dionisiaci  - Le superstizioni  -  La saggezza  -  L’aldilà  -  La cultura
Agonismogiocosvaghi  -  Il lavoro e la casa  -  La schiavitù  -  La nutrizione  -  La medicina  -  Uele e la Scuola Uelete
Sotto i nostri piedi Il Tesoro di Alarico


Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle
Capitolo III i Porti
 - Porto di Paestum - Porto di S.Marco di Castellabate  -  Porto del Fico (Pioppi)  -  Porto di Palinuro
Leggende: Ermigarda la bella Araba del Tresino

 

.     La schiavitù

 

Nel mondo greco, occorre rilevare la scarsezza di dati sulla schiavitù nei poemi omerici, che sarebbe rimasta difficile a comprendersi se il deciframento della scrittura lineare B, usata nel mondo miceneo del II millennio a.C., non avesse mostrato che la più antica società ellenica aveva ben poco posto per il lavoro servile nel senso stretto del termine.

I testi micenei, infatti, ci presentano una serie ben differenziata di lavoratori manuali che debbono pagare tributi, ovvero sottomettersi a prestazioni di opere per cui possono anche essere trasferiti da luogo a luogo; non sono però oggetto di compra-vendita, e dunque non possono tecnicamente attribuirsi alla categoria degli schiavi[1].

La diffusione della schiavitù in Grecia si verifica nell’età classica e si collega all’introduzione dell’economia monetaria, che rende possibile la vendita per denaro di persone oltreché di cose. <<Merce umana>>, non per nulla, è la definizione dello schiavo che si trova nei testi giuridici; e non molto dissimile è la concezione da cui dipende un’altra definizione, quella aristotelica di <<strumento con anima>>: <<Uno schiavo è uno strumento animato, così come uno strumento è uno schiavo inanimato. Perciò non può esistere amicizia con uno schiavo in quanto tale, mentre può esistere in quanto essere umano>>[2].

Nella dipendenza da un’altra persona, che esercita su di lui il potere, sta secondo Aristotele l’essenza della condizione dello schiavo: <<Da queste considerazioni si deduce chiaramente quale è la natura dello schiavo e quali le sue prerogative.

Un essere che per natura non appartiene a se stesso, bensì a un altro, è uno schiavo; un essere umano appartiene a un altro se, come uomo, è oggetto di proprietà; un oggetto di proprietà è uno strumento per operare, separabile dal suo proprietario>>[3].

Molto diffusa è la servitù nel mondo romano.

Sappiamo, che verso la fine del III secolo a.C., gran parte dei territori cilentani vennero colonizzati dai romani e centuriate le varie zone collinari e pianeggianti con l’assegnazione di iugeri ai veterani[4].

Un cippo agrario romano, di epoca repubblicana, è stato scoperto, nel gennaio del 1988, da Giuseppe Di Gregorio, nei pressi del promontorio di Licosa[5].

Si costruirono poi, medie e piccole fattorie (ville rustiche), prevalentemente a conduzione schiavistica, infatti la Lucania era terra nella quale avevano interesse molti personaggi importanti, spesso residenti altrove, anche a Roma, che vi possedevano latifondi o ville, e quindi schiavi sorvegliati da amministratori.

Un’iscrizione dedicata da una schiava al marito di nome “Gennaio” morto a trenta anni e due mesi, è stata rinvenuta durante lo scavo sistematico di un lembo della necropoli di S. Marco di Castellabate [6].

Gli schiavi, venivano regolarmente venduti nei mercati che, periodicamente si svolgevano in tutto il mondo romano.

A Leucosia, il mercato, si teneva, il giorno di S. Cipriano[7].

Questi sfortunati venivano posti su un palco girevole con al collo un cartello recante l’indicazione della provenienza, delle capacità, dei pregi e dei difetti.

I prezzi variavano, e si consoli chi vuole, apprendendo che gl’insegnanti (per lo più greci) si vendevano a cifre elevate, se le capacità erano tali da meritarle .

In sostanza avere schiavi era normale, tanto che Orazio cita ad esempio della sua semplicità di vita l’averne solo tre che gli servono la cena: <<Poi torno a casa, a un piatto di porri, ceci e frittelle. Mi servono tre schiavetti...>>[8].

Quando finisce la schiavitù ? Si dice abitualmente che il Cristianesimo le inferse un colpo decisivo predicando l’uguaglianza degli uomini dinanzi a Dio. Il che è vero (come è vero anche per lo Stoicismo) sul piano morale. Ma socialmente vi sono schiavi e si pratica la schiavitù ben oltre l’epoca di tale predicazione.

Ancora in epoca moderna, gli stati sudisti americani possiedono schiavi in una percentuale che si calcola al venticinque per cento della popolazione.

Questa schiavitù viene rimossa per legge; ed effettivamente dal secolo scorso si può dire stia in atto il processo della sua abolizione definitiva.

Un processo, peraltro, che nei fatti, in qualche parte del mondo, non si è ancora concluso[9].


 

[1] Cfr. Moscati S., cit. p.122.

[2] Aristotele, Etica Nicom. 8,11, 6-7. Ibidem

[3] Aristotele, Politica, 1,2,7, Ibidem.

[4] Questa rivoluzione agraria iniziatasi nel 133 a.C., si esaurisce verso il 55 a.C., anno in cui possono considerarsi ultimate le assegnazioni delle terre secondo la riforma di Cesare. Infatti, più tardi nel 42 a.C., Ottaviano, nel  congedare le legioni, si trova a dover liquidare i compensi terrieri agli ex combattenti, che pare ascendessero a non meno di 170 mila, di cui 78 mila veterani delle campagne di Gallia ai quali era stata promessa una ((sorte)) non inferiore a 200 jugeri di buona terra e siccome terra disponibile in Italia non ve ne era più, non si trovò altro espediente che accollare ai municipi che avevano parteggiato per i repubblicani l’onere della liquidazione dei compensi alla Milizia. Diciotto municipi tra i quali Cremona, Bologna, Rimini e Firenze furono parzialmente espropriati non solo nelle terre ma anche nel bestiame e negli schiavi che a quelle terre badavano. Virgilio, come sappiamo, fu fra le vittime del provvedimento e dovette al centurione Arrio il fondo degli avi. Il jugero era pari a circa un quarto di ettaro. Cfr. Romolo De Caterini, Gromatici Veteres, Roma 1966. pp. 41 e 44.

[5] Amato A.R., Il Paese delle Sirene ecc. cit. p.41

[6] Ivi  pp. 38 e 75.

[7] Ivi  p.36.

[8] Orazio, Sat., 1,6,114-118. In: Moscati S., cit. p.125.

[9] Moscato S., cit.p.127.