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Storie e
cultura del Cilento - "Il Cilento Antico"
di Angelo Raffaele
Amato
Capitolo III i Porti
Roccagloriosa
Lasciata la Molpa ci inoltriamo per Roccagloriosa. Il paesaggio che ci viene incontro ci richiama all’uomo più antico che sia vissuto in Campania, che s’aggirava, circa centomila anni prima dei nostri tempi, dove oggi è Marina di Camerota[1], cacciando i cervi e guardando la superficie cerula del mare che non osava affrontare. Questo troglodita, di cui ritroviamo tracce in molte zone del Cilento[2], si rivela come un essere sereno, estroverso, altamente civile, industrioso e organizzato. Un uomo che sapeva osservare se stesso e la natura, e trarne mirabili insegnamenti. Alcuni oggetti nostri di uso comune risalgono all’inventiva preistorica. La prima macchina che crea è una leva per potenziare la sua naturale leva, il braccio. Le amigdali, ovvero le pietre a forma di mandorla scheggiate sulle due facce, sono già uno strumento troppo perfezionato, troppo variato secondo gli usi, perché la sua scoperta sia casuale. La lavorazione della pietra, fatta con altre pietre più dure e acqua, è strettamente determinante per la scoperta del fuoco. E col fuoco passiamo direttamente dall’amigdale ad altri strumenti più perfezionati ancora: feltri, otri, cesti, stuoie, corde, reti. Questo troglodita per il suo lavoro usava una varietà infinita di attrezzi: asce, coltelli, zappe, falci, vanghe, grattuge, aghi, pestelli, lampade, arpioni, rasoi, chiavistelli, ruote. Sapeva incanalare perfettamente l’acqua per irrigazione, imbrigliare i piccoli torrenti, costruire capanne, piroghe, zattere, ponti. Non è stata la materia a sviluppare l’ingegno, è stato l’uomo ad adattarla alle sue necessità. G. B. Vico[3] - In Scienza Nova - scrive: “L’ordine della società umana procedette in guisa che prima furono le selve, dopo i tugurii, quindi i villaggi e da questi ebbe la prima causa la civiltà e che la natura dei popoli pria fu cruda, dipoi severa, quindi benigna, appresso delicata, infine dissoluta”. La silenziosa rivoluzione, che portò l’uomo a produrre il cibo e non più a prenderlo, fu il risultato di una scelta culturalmente adatta al momento storico. Perché lo fece, è ancora un perché senza risposta. Ma lo fece. E significò il cammino della civiltà[4]. Dopo il frurion di Moio della Civitella, che, come abbiamo visto, con altre fortezze minori presidiava l’entroterra uelete, ritroviamo qui, a Roccagloriosa, individuato sin dagli inizi dell’Ottocento ma liberato, restaurato e studiato solo negli anni ‘70, un frurion non meno importante, che guardò l’entroterra di Pixnte, la Buxentum dei Romani. Il muro, a grossi blocchi di calcare, allineati e sovrapposti a secco, segue un andamento nel complesso uniforme di circa milleduecento metri, chiudendo contro la parete rocciosa ad oriente il villaggio così fortificato e offrendo al luogo la più importante e naturale via di accesso a mezzogiorno. Il muro, scandito da tre porte, meridionale la prima, mediana la seconda, settentrionale la terza, pare che sia stato innalzato intorno alla metà del IV secolo a.C., i reperti ceramici degli strati più profondi e i materiali rinvenuti lungo il muro hanno condotto a questa datazione. All’interno del perimetro, sul più meridionale dei pianori, strutture di abitazioni; all’esterno, sopra un piano all’altezza della porta centrale, altre fondazioni, attribuite a un’area sacra: vi si vede una strada con marciapiedi animata ai lati da edifici rettangolari, uno dei quali conserva un bel pavimento di bàsoli. Le tombe, relative all’abitato, si trovano a Sud; se ne vedono quattro a camera, restaurate e chiuse da recinti ai lati della strada; tombe ricche queste di Roccagloriosa, che hanno fornito monili d’oro lavorati in Magna Grecia e vasi di officine lucane e Pestane. La stretta età in cui pare si debba circoscrivere la fortificazione non dovrebbe trarre in inganno: proprio per il fatto che era questo luogo vitale, si sarà sentito il bisogno a un certo momento di munirlo e renderlo saldo[5]. In un piccolo tempio, coperto di tegole, venivano <<offerti>> piccoli vasi e statuine votive e vi è stato ritrovato anche un orecchino. Le statuine rappresentavano le divinità più venerate, tra queste si può notare il tipo della dea seduta con la torcia, in cui si può riconoscere <<Persefone>>[6]. A Roccagloriosa è stato allestito un Museo Civico Archeologico[7]. [1] Tra Palinuro e Marina di Camerota sono state esplorate ben 62 grotte con riempimenti che vanno dal levalloisiano, musteriano al pontiniano. Degne di nota sono la grotta della Cala con l’insediamento del gravettiano evoluto e la grotta del poggio. Nel vicino entroterra è da segnalare a S.Giovanni a Piro (Scario) la grotta Grande con industria musteriana associata a fauna pleistocenica, in quello più lontano la stazione all’aperto di Cannalonga del Paleolitico medio e superiore. Cfr. Stradi F. e Andreolotti S. 1964 in Parchi Costieri Mediterranei Atti del convegno internazionale 1973 pp.243-244. [2] Oltre alle località menzionate (nota n°11) ci sono tracce: nel Comune di Agropoli, (Sauco) Castellabate, (Lago) Serramezzana, Laurino, Rescigno ,Campora,ecc. [3]Il Cilento fu caro a G. B. Vico che dimorò a Vatolla, dal 1688 al 1695. [4]Cfr. Raffaela Del Puglia - Economia e industria dell’uomo Preistorico - Mondo Archeologico n°2 - 1976 p.64ss [5]Cfr. Bracco V., cit. p.113ss [6]Cfr. D’Aiuto B. F. - Il Mattino del 25 agosto 1983 p.10 [7]Cfr. Guida Turistica di Salerno e della Sua Provincia E.P.T. 1992 p.246.
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Hotel Costa d'Oro |
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