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Storie e
cultura del Cilento - "Il Cilento Antico"
di Angelo Raffaele
Amato
Capitolo III i Porti
Porto di S. Marco
Il misconosciuto[1] porto di S. Marco, già ERCULIA[2] di età romana[3], ancora in gran parte conservato fino agli anni sessanta[4], nonostante fosse di modeste dimensioni, era comodo e sicuro ai legni romani anche di notevoli dimensioni. Un’epigrafe latina, rinvenuta nell’adiacente necropoli, accenna alla presenza nel luogo di Triarchi, comandanti di triremi della flotta stanziata a Miseno di cui un distaccamento aveva certamente qui una base stabile, in rapporto all’ accennato Vicus di età imperiale[5]. Alcuni frammenti ceramici recuperati all’interno del porto ed alcuni ceppi di ancore di piombo rinvenuti nella rada, ne attestano la frequentazione sino al III-IV sec. d.C. Il porto di Erculia era anche un utile scalo commerciale, sulla rotta Paestum Velia, frequentatissimo dalle navi romane; non è un caso che a poca distanza, su un fondale di 40 metri, giace un relitto che era carico di marmi. Si notano ancora chiaramente i blocchi e le lastre di marmo, anche se sono state coperte da concrezioni . E’ una nave, tra l’altro, che giace su un fondale sabbioso quindi, non è affatto escluso, che lo scafo sia ancora immerso nella sabbia e sia, quindi, ancora intatto, anche se la soprintendenza , a differenza del relitto romano di Punta Licosa[6], non ha ancora avviato alcuna campagna di scavi. Nella stessa zona di mare sono state rinvenute numerose anfore, alcune integre, che suffragano ancora di più l’ipotesi che, navigando lungo la costa, i comandanti delle navi scegliessero questa insenatura per ancorarsi e commerciare con gli abitanti. Il fondale poi, fino a pochi decenni di anni fa , era disseminato di ancore, infatti, furono ritrovati lungo una scarpata sommersa, che segue quasi parallela la costa, ad una profondità di circa 40 metri, un gran numero di ceppi di piombo. Alcuni portavano inserzioni in numeri romani, altri il simbolo probabile delle triremi, altri astragali propiziatori. Una di esse, conservata presso l’Antiquarium di S.Maria di Castellabate[7], porta la scritta: CAQUILLI PROCULI[8]. La presenza di un tal numero di ancore, in una zona così ristretta, si può mettere in correlazione con la flotta di Ottaviano che, nel 36 a.C., mentre si recava in Sicilia, per combattere contro Sesto Pompeo , fu investita da una tempesta[9]. Con molte probabilità, In questo tratto di mare fu alleggerito il carico: tagliate le ancore e gettate in mare le cose pesanti anfore comprese. Nonostante ciò molte navi naufragarono nei pressi di Palinuro. E’ lecito pensare che i romani abbiano abbandonato la zona a causa delle nuove vie di commercio e militari che collegavano direttamente Roma, attraverso l’Adriatico, all’oriente e il porto finì in mano ai pochi abitanti, del limitrofo villaggio di Erculia che, tranne il periodo dell’occupazione saracena[10],vissero in funzione delle attività portuali e della pesca. [1]Soltanto di recente i suoi resti sono ispezionati e per la prima volta rilevati dalla società ITERA di Milano per incarico della Soprintendenza Archeologica di Salerno - Cfr. Archeologia e Territorio cit. p.129. [2]Vedi Cap. II Erculam o Erculia. [3]La tecnica costruttiva permette di datare il porto al primo secolo avanti Cristo, infatti per i plinti è quella della gettata di calcestruzzo entro casseforme parallelepipedi con armature in pali verticali all’interno. I fori lasciati dalla scomparsa del legno sono chiaramente visibili su quasi tutti i blocchi dei due moli, così come i fori delle travi orizzontali anch’esse inglobate nella struttura. Esternamente il paramento si presenta con filari di pietre irregolarmente squadrate, di forma parallelepipeda, di altezza ridotta non superiore di media ai 10 cm. ibidem [4]L’edificazione del braccio di ponente del porto moderno ha parzialmente distrutto e inglobato parte delle strutture dell’antico porto. Da un rapporto della già citata società ITERA di Milano apprendiamo che l’indagine ha rilevato l’esistenza oltre la testata del molo nord, lungo m. 84,50, di un’apertura larga m.45 e poi dei massi che in origine costituivano il braccio di nord-ovest piegato ad angolo retto e lungo in totale m.144,5. La larghezza dei moli era di m.5 alle testate e i due plinti terminali sono staccati dal resto del molo per un drenaggio della sabbia all’interno del bacino. ibidem p.129. [5]Vedi Capitolo II Erculam o Erculia. [6] Vedi - I Capitolo - L’Esodo - nota n° 4. [7] Aperto al pubblico il 3 luglio 1990 registra numerosi visitatori soprattutto stranieri. In esso sono stati raccolti e ordinati alcuni dei tanti reperti, ritrovati nel tratto di mare che va da Punta Tresino a Punta Licosa, a testimonianza di una stratificazione di civiltà che giunge con le ancore litiche all’VIII-VII sec. a.C. Tra le anfore esposte rivestono particolare interesse: la vinaria Ionica, del VI sec. a.C., la romana, del I sec. a.C., classificata dal Lamboglia al tipo 2, e le due che servivano per bere, non ancora datate, di formato insolito: l’una a forma di botticella, di cui sono noti solo 22 esemplari, l’altra a forma di giara; e la sovraccitata ancora, datata I sec. d.C. con la scritta: Caquilli Proculi. Vedi appresso. [8](C(aius) Aquilius Proculus - Era il membro di una ricca famiglia di rango senatorio che fu console nel 90 d.C. e proconsole in Asia nel 103-104. Cfr. Opuscolo- Antiquarium Luca Cianfarani op. cit. e Gianfrotta P.A. & Pomey P. cit. p. 309 rip. Da Amato A.R., Il Paese ecc. cit. p.209. [9] Vedi appresso. [10] Amato A.R. Il Paese delle Sirene cit. p. 77.
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