Hotels di Santa Maria di Castellabate sul mare
Spiaggia privata Hotel Costa d'Oro di Castellabate Camere Hotel Costa d'Oro di Castellabate Tariffe speciali Hotel Costa d'Oro di Castellabate

Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato
Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle

 

Porto di Palinuro

 

Trae la sua origine dal nome dello sfortunato nocchiero di Enea.

E’ riconoscibile il suo antico bacino circoscritto al sud dal promontorio, al nord ed ad ovest da colline, ed è aperto soltanto ad oriente, dove stanziavano le navi.

Non era sicuro da tutti i venti principalmente da quelli di tramontana-maestro, ponente-maestro e ponente-libeccio, coi quali naufragò la maggior parte dell’armata di Ottaviano, allorché si mosse per assalire la Sicilia[1].

E’ questo il primo porto d’Italia nel quale, anziché Enea, secondo Dionigi di Alicarnasso, approdava piuttosto uno stuolo di troiani guidati da Eneadi o principi della sua stirpe.

Nel secolo scorso il Volpe scriveva: “All’imboccatura, propriamente ove comincia ad incurvarsi, è posto il Cenotaffio eretto al favoloso Palinuro, come a Caieta, Baio e Miseno... rilevasi ch’esso rappresenta una piccola torre quadrata, terminata in piramide e composta di minute pietre e di durissimo cemento; che la sua altezza e presentemente di palmi 24, e la sua larghezza, a quattro facce, di palmi 32; che due piccole porte, al sud ed al nord, conducono a due ripiani, in uno dè quali, formato di grossi mattoni, è riposta l’urna di Palinuro; che alcune vestigia di colorito nelle mura danno chiaro indizio d’essere stato dipinto tutto l’interno. Come si vede, la rozzezza e semplicità dell’opera accenna ad età vetusta, ma non prima, io credo, dei tempi romani, quando personificandosi spesso gli antichi nomi dei luoghi che non s’intendevano, si sostenevano originati da personaggi immaginari della flotta troiana, cui i popoli crudeli e superstizioni ergevano sepolcri e monumenti”[2].

Lo scrittore ecclesiastico Orosio[3], morto nel 418 d.C., nella sua opera Historiarum adversus paganos (che si ferma al 417), ci informa che all’epoca della lunga ostilità tra Roma e Cartagine, nell’anno 253 a.C., durante la prima guerra punica e sotto il consolato di Servilio Cipione e di Sempronio Bleso, la flotta navale romana, di ritorno dall’Africa, subì nelle vicinanze ed in prospettiva del promontorio di Palinuro il più  terribile dei naufragi.

Le navi di Roma, ascendenti a circa 260 unità, furono scaraventate, dalla furia del vento e dai marosi contro le rocce e gli scogli e ben 150 di esse calarono a picco con tutto il loro carico[4].

Il quadro, sconvolgente, che emerge da queste fonti, anche se un po' nebulose, apre un capitolo nuovo sull’archeologia subacquea del nostro Cilento.

Altro tremendo naufragio avvenne, come più volte accennato, in questo luogo, nell’anno 36 a.C., ai tempi di Augusto, quando la flotta romana di Ottaviano, impegnata nel tentativo di assalire le legioni di Pompeo in Sicilia, fu costretta, per le proibitive condizioni del mare, a trovar ricovero nell’ampio seno tra Palinuro e Velia.

Qui, sorpresa dall’improvviso inasprirsi della tempesta, assalita da onde gigantesche, andò ad infrangersi paurosamente contro gli scogli di Palinuro.

Di questo naufragio dà notizia, oltre a Velleio Patercolo, Appiano Alessandrino .

 Quando la tempesta cessò, Cesare Ottaviano, seppelliva i morti, curava i feriti, faceva rivestire quelli che erano sfuggiti a nuoto e li armava con altre armi e riparava l’intera flotta con i mezzi disponibili.

 Gli erano state distrutte sei delle navi maggiori, ventisei delle minori e ancor più delle liburniche[5].

E per queste riparazioni egli dovette impiegare trenta giorni [6].

I racconti di tempeste, di naufragi, di navi sbattute contro le scogliere o arenatesi lungo le coste furono tra i soggetti letterari prediletti dagli scrittori antichi e dal loro stesso pubblico.

Una nave colata a picco con tutto il carico e l’attrezzatura di bordo, in un dato momento e in un luogo preciso, rappresenta un avvenimento eccezionale, che offre all’archeologia dati e condizioni di studio raramente riscontrabili altrove.

Se il racconto del viaggio fortunoso di Ulisse è largamente conosciuto, altri esempi, meno noti, sono altrettanto illuminati sulle difficoltà della navigazione antica.

Vediamo, così, la nave di San Paolo che lo doveva condurre da Cesarea a Roma, dirigersi verso Cipro e navigare lungo le coste dell’Asia Minore fino a Mira, nella Licia, dove una seconda nave, più grande, proveniente da Alessandria e diretta a Roma, lo porterà a Cnido prima di ridiscendere verso Creta, e arenarsi infine su una spiaggia dell’isola di Malta[7]. O ancora l’Iside, nave regolare della flotta annonaria, che doveva rifornire Roma di grano proveniente da Alessandria, si ritrovava ad Atene in seguito a una serie di tempeste che l’avevano spinta verso le coste dell’Asia Minore[8].

Prendendo dunque in considerazione le condizioni in cui si effettuavano i viaggi e la densità delle linee e del traffico marittimo fra i principali porti del Mediterraneo, si può ragionevolmente pensare di ritrovare dei relitti ovunque: sia in mare aperto, dove le navi erano distrutte completamente dalle tempeste, sia lungo tutte le coste, soprattutto dove più numerosi sono gli ostacoli naturali, scogliere e alti fondali, o più violenta l’azione dei venti e delle correnti locali[9].

Alcune zone hanno quindi acquistato nell’antichità una fama sinistra, come  Palinuro.

Questo Capo doveva costituire per la più antica navigazione costiera una notevole insidia, e non a caso Palinuro significa in greco: lì dove il monte gira, per cui ancor ora l’estrema punta porta il nome di Capo Spartivento, mentre le contrastanti correnti marine avversano la navigazione di chi con un mezzo leggero tenti di doppiare il capo[10].

Di tanti naufragi, il mare di Palinuro restituisce talvolta anfore, ancore ed altri materiali; relitti di navi ancora giacciono sul fondo, tra i coralli, ormai difficilmente recuperabili[11].


 

[1]Vedi appresso.

[2]Volpe G., cit. p.136.

[3]Orosio - Le storie contro i Pagani, vol. I (libri I-IV).citati. da: Volpe G., cit. p.139,  Guzzo A., cit. p.55.La Greca F., in  - Annali cilentani - anno  V  n° 1 p.13ss

[4]” Tertio anno secuti semper indomitus furor cito pericolorum obliviscitur, Servilius Caepio et Sembronius Blaesus cons. cum ducentis sexaginta navibus in African transgressi, universam oram maritimam, quae citra syrtes iacet, depopulati sunt; atque in superiora progressi, eversique civitadibus plurimis, ingentem praedam ad classem devexerunt. Inde cum Italiam redirent, circa Palinuri Promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, illis scopulis, centumquinquaginta onerarias naves, nobilemque praedam crudeliter adquisitam, infeliciter perdiderunt”.  Orosio -Traduzione di Aldo Bartalucci , a cura di Adolf Lippold - Milano - Arnoldo Mondadori Editore rip. Da La Greca F.cit. p.14 -  “  Nel terzo anno, giacché  l’indomabile furore guerresco fa dimenticare sempre in fretta i pericoli, i consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso passarono in Africa con duecentosessanta navi e devastarono tutte le coste intorno a Sirti; indi si inoltrarono nell’interno e presero e distrussero moltissime città, riportando alle navi una preda ingente. Ma mentre stavano tornando in Italia, nei pressi del capo Palinuro, che si protende in mare come prolungamento dei monti Lucani, andarono ad urtare contro gli scogli e persero miseramente centocinquanta navi da carico e la ricca preda che s’erano guadagnati con la loro crudeltà”.

[5] Navi note per la loro grande velocità, così chiamate dai Liburni, popolazione illirica dedita alla pirateria.- Cfr .La Greca F., cit. p. 17. 

[6]” Caesar oriente tempestate in Eleatem sinum inhospitem profugit, sexreni dumtaxat amissa, quae circa rupes confracta est: lybico deinde suscipiente notum, sinus in occidentem patescens commoveri caepit; ita it ex eo egredi non amplius liceret, adversante loco vento, neque remi rates continere, sut anchorae ulterius cohibere possent, sed ad invicem inter petras collisae, truderentur. Increbescente clade, Caesa cadavera humari, saucios curati iubet”- Appiano Alessandrino - 5° Libro delle Civili - Cfr. Antonini G. cit.p.262 - Guzzo A., cit.p55 - Amato A.R., Il Paese ecc. cit.p.209 - La Greca F., cit. p.17.

[7]Atti degli Apostoli, XXVII in Archeologia Subacquea cit. p.53ss

[8]Luciano, Navigium, 7-9 ibidem.

[9]Gianfrotta P.A.& Pomey P., cit. p.54.

[10] Napoli M. in   Civiltà sul Mediterraneo I. G. D. A.. Novara 1971. p.121. 

[11] Cfr. Sgrillo E., Palinuro, Marina di Camerota e loro dintorni, Paolino Editore, Ascea Marina, 1978, pp.111-112.

 

Hotel Costa d'Oro
Castellabate - Cilento - Salerno - Campania - Italia

Via Lungomare Bracale, 44   - 84072  S.Maria di Castellabate (SA) tel. 0974 961015 fax 0974 960413 e-mail: info@hotelcostadoro.it