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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato

Capitolo I   Mondo greco e romano 

L’esodo - Le donne e i riti orfici - I riti dionisiaci  - Le superstizioni  -  La saggezza  -  L’aldilà  -  La cultura
Agonismogiocosvaghi  -  Il lavoro e la casa  -  La schiavitù  -  La nutrizione  -  La medicina  -  Uele e la Scuola Uelete
Sotto i nostri piedi Il Tesoro di Alarico


Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle
Capitolo III i Porti
 - Porto di Paestum - Porto di S.Marco di Castellabate  -  Porto del Fico (Pioppi)  -  Porto di Palinuro
Leggende: Ermigarda la bella Araba del Tresino

 

.     Sotto i nostri piedi

 

 

La civiltà  ha dunque seguito la direzione sud-nord partendo dalle rive del mare jonio si diffuse in tutta la penisola.

Di quella civiltà  nelle sue espressioni fisiche, non rimangono che pochi ruderi. Molte colonne di Templi sono finite nelle chiese cristiane, probabilmente portate all’epoca dei Normanni; infatti Roberto il Guiscardo, spogliò i templi di Paestum ed altri edifici dei loro preziosi marmi per decorare il Duomo di S. Matteo, edificato a Salerno fin dal 1077.

Di molti paesi, del Cilento, che si chiamavano  Leucosia, Trezene, Acropolis, si è perduta ogni traccia. Terremoti, dissesti idrogeologici bradisismi, incursioni saracene ed altri sconvolgimenti prodotti dagli uomini o dalla natura li hanno cancellati per sempre dalla faccia della terra.

L’apparenza fisica di gran parte del Sud Italia è completamente mutata rispetto a quella che aveva ai tempi della Magna Grecia.

Il conte Zanotti-Bianco scrive: “Chi percorre il territorio della Magna Grecia difficilmente può immaginare con la fantasia il ricco panorama che offrivano in antico le città con i loro monumenti e il paesaggio con i suoi densi boschi e i numerosi corsi d’acqua perenne di cui parlano gli antichi scrittori”.

Sulle  rovine di molte antiche città distrutte da guerre e terremoti si sono sovrapposti nuovi agglomerati urbani.

E’ il caso di Picenzia[1] che esisteva nel luogo ove è oggi Pontecagnano.

I templi crollati o abbattuti sono stati sfruttati come cave di pietra o forni per la calce dalle nostre misere popolazioni.

Porti come quello di Tresino, S.Marco e Lago sono quasi spariti; promontori  una volta  lunghissimi, come Punta Tresino e  Licosa che nell’antichità si protendevano per molti metri[2], sono diventati  misere appendici. Gran parte di essi sono stati sommersi dal mare che probabilmente copre monumenti, edifici e qualche tempio. Infatti, l’ipotesi dell’esistenza di  uno o più templi, è suffragata dalla cosiddetta “Cava dei Rocchi” presente sul litorale di S.Maria di Castellabate e dal fatto che il materiale destinato alla realizzazione di templi, spesso veniva prelevato sul posto o nelle vicinanze[3].

Ma qualcosa di ciò che fu la Magna Grecia sopravvive ancora nella lingua, nei costumi, nelle superstizioni e nella mentalità della gente del Cilento. Specialmente di quella gente che non immessa completamente nelle correnti della vita moderna e nella quale è radicato il concetto greco che uno deve farsi avanti con le proprie forze e le proprie capacità.

Infatti il colono greco arrivava al successo non sui trampoli di un titolo, ma con la sua volontà e anche la sua astuzia.

Una buona percentuale dei dialetti cilentani è formata da parole greche.

Il professor Rohlfs[4] tedesco, profondo conoscitore dei dialetti del nostro Sud ha dimostrato nelle sue opere che gran parte delle parole dialettali, specialmente quelle calabresi, vengono dal greco antico!

Secondo Alessio, scrive La Greca F., invece bisogna distinguere due strati sovrapposti nella grecità cilentana, in quanto le antiche colonie greche dopo la conquista romana furono latinizzate anche dal punto di vista linguistico.

Al primo strato appartiene un gruppo di parole derivate, si, dal greco antico, ma passate attraverso la lingua latina, che le ha assimilate e fatte proprie. Al secondo appartengono parole e nomi di luoghi da attribuire alla invasione bizantina, che, contrariamente a quanto ritiene Rohlfs, hanno avuto secondo Alessio molta importanza dal punto di vista linguistico[5].

Ora però, quelle parole stanno per essere anch’esse sommerse, come i templi e le città, dal fiume del gergo televisivo.

I reperti che di tanto in tanto vengono alla luce nel nostro Cilento, suscitano grande interesse. Essi vengono da un mondo sommerso nel tempo, che, vecchio di venticinque secoli fa e ha formato la nostra matrice culturale.

Essi, al pari delle conchiglie che conservano il rumore del mare, portano con loro echi di voci, di messaggi e di ammonimenti dal lontanissimo mondo della Magna Grecia, che sta sepolto sotto i nostri piedi.

Nel IV secolo a.C., il territorio dell’attuale Cilento, fu sconvolto dalla grande invasione dei Lucani, i quali furono sconfitti e sottomessi in breve tempo.

 Ausoni, Itali, Morgeti, Enotri e Siculi, presero stabile dimora in queste fertili plaghe[6].

Padroni di ampia distesa di territorio  dalla foce del Sele al confine del Bruzio tirrenico, i Lucani costituirono uno stato potente e compatto, avendone i Greci accettato non solo il dominio e le istituzioni, ma perfino la favella.

Plinio ricorda undici popoli costituenti la nazione lucana: Atena, Bantia, Eburi, Grumento, Potentia, Sontia, Sirini, Tergilani, Ursentini, Vulcentini, Vumistroni - membra organiche e capitali dell’antica federazione prima di essere sottomesse a Roma.

Esse furono le prime tribù occupanti l’oriente del Silaro.

Gli stati uniti della Federazione Lucana. Da qui la moneta che porta la leggenda: <<Loucanion>> la prova diretta del sistema federale e monetario tale e quale come le antiche lucomonie etrusche[7].

L’ellenismo cessò, allora, quasi del tutto di esistere nell’Italia meridionale.

Le popolazioni lucane lungi dal subire l’influenza etrusca e greca, conservarono i loro rigidi costumi e costituirono, come già detto, una  Federazione.

I principali distretti avevano un recinto fortificato, intorno al quale si costituivano i maggiori centri abitati.

Non sembra abbiano avuto una città capitale, né a ciò può persuadere la notizia che dà Strabone di una Petilia[8], metropoli lucana.

Né, poi, per quanto si siano adoperati gli studiosi di Storia e di Archeologia, si è potuto conoscere dove realmente sia esistita questa Petilia, asserendo alcuni, in base ad elementi più o meno attendibili, che fosse esistita nella regione dei Bruzii, poco lontano da Crotone (Petilia Policastro), altri nell’odierno Cilento, sul Monte Stella[9], altri a Polla o che fosse stata del tutto l’importante città di Atena Lucana .

Pare invece più probabile che i Lucani non avessero avuto una comune direzione , com’era a Roma per i Latini, e che le varie tribù, trovata una nuova residenza, vi si stabilissero, spesso lasciando continuare con una certa autonomia, le maggiori città greche, come Taranto,  Posidonia  e l’attuale Contursi.

Le loro monete erano in bronzo, ma sono rarissime quelle giunte fino a noi.

Alcune sono attribuite alla Federazione lucana, altre a singole città e sono note agli studiosi quelle di Atena, Consilino e Ursento .

Non conobbero la scrittura se non quando entrarono in relazione con i Greci.

Le più belle fanciulle venivano date dagli anziani come spose ai giovani più valorosi e più ligi ai doveri della patria.

La loro educazione era molto austera: niente lussi o mollezze, gli uomini erano gelosi delle proprie donne e queste ultime lodate per la serietà e la moderatezza della vita[10].

La potenza dei Lucani durò fino al 206 a.C., anno in cui, come dice Livio: “la gente lucana ritornò tutta all’obbedienza del popolo romano”, ma non si romanizzò perfettamente sia per la fiera ed indomita natura,  sia anche per le non poche guerre che travagliarono tutto il Mezzogiorno (quella di Pirro, l’Annibalica, la Sociale) e vi apportarono desolazione, decadenza e miseria.

Roma provvide subito a istituire nuove colonie, migliorare o attivare le antiche, riconoscendone anche, in certi limiti, l’autonomia interna, e da quel momento il Cilento cominciò a risollevarsi, a ripopolarsi, a riprendere il suo nuovo ritmo di sviluppo economico e incremento demografico, specie lungo la fascia litoranea, essendo le condizioni ambientali interne meno favorevoli all’esistenza di agglomerati urbani di una certa ampiezza, per cui le popolazioni dovevano necessariamente vivere in centri piuttosto piccoli anzi minimi[11].

Nel II secolo a.C., il Mediterraneo diventa una specie di grande lago, nel quale i Romani spadroneggiano, e si sentono tanto sicuri che lo chiamano “Mare Nostrum”[12].

Sanno governare, quando occupano Paestum e Velia, che chiamano “municipia” non impongono la loro lingua, né i costumi e né la religione, rispettano gli abitanti ai quali danno parecchi diritti, ma non possono né votare né venire eletti, e fanno anche in modo che questi non si accordino per procurare fastidi; è di quei tempi il motto “Divide et impera”.

Nelle “colonie“, che sono i presidi nelle terre annesse, gli abitanti godono degli stessi privilegi dei residenti nella capitale; mentre  le “città federate” conservano la sovranità, ma dipendono commercialmente da Roma, e non hanno alcuna autonomia per trattare con gli altri.

La legge è uguale per tutti, la moneta si può spendere ovunque.

Le grandi strade che congiungono i centri più importanti della penisola sono tracciate tanto bene che sono visibili tuttora.

La prima fu l’Appia, che porta a Brindisi, percorsa da Orazio, in 15 giorni, nel 37 a.C.[13], poi l’Aurelia che raggiunge la Liguria, e prosegue per la Gallia, la Flaminia che sorpassa l’Appennino e arriva a Rimini e l’Emilia che  parte dal centro romagnolo per spingersi fino alla Gallia Cisalpina[14].

Nel Cilento sono documentate due  vie: una litoranea che da Salerno raggiungeva Paestum e proseguiva lungo la costa, verso Velia con una stazione, Erculam o Erculia, l’altra interna,  che seguiva un percorso naturale ai piedi dei dossi collinari e raggiungeva Buxentum[15].

Dai testi antichi non recuperiamo altre notizie attinenti questo lembo di territorio tirrenico, anche la scarsa documentazione epigrafica sembra riflettere, in pieno, la marginalità dell’area dai grandi avvenimenti del mondo antico, tuttavia  Velia a sud e Paestum a nord rappresentano forti poli di attrazione.

Questa povertà di notizie, di dati, di elementi relativi al periodo antico ha alimentato l’immagine di un territorio aspro, montuoso, coperto di selve e  quasi disabitato almeno fino al Medio Evo[16]; a riprova di questa considerazione molti studiosi riferiscono anche a questo territorio le notizie circa la desolazione della Lucania nel tardo impero.

Ciò va messo in correlazione con gli abitanti di oggi; circa 206.000, (ca. 94 ab. per kmq.) raggruppati in 70 comuni e 162 località, su una superficie vastissima, 2161’55 Kmq.[17] con i cittadini dell’Impero che erano appena centoventi milioni,  molto laboriosi però.

Nei porti sbarcavano minerali, provenienti dalla Spagna, vino dalla Provenza, tessuti da Damasco, cosmetici dall’Egitto, armi e lane dalle Gallie vino, olio e salsa di pesce dalla Lucania.

Viaggiavano e combinavano affari: in Occidente si spiegavano col latino e in Oriente col greco.

La coltivazione delle campagne era la principale fonte di reddito, ma le terre erano in mano a pochi purtroppo.

Nel Cilento possedevano delle << ville rustiche>>[18],  molto simili alle nostre fattorie, prevalentemente a conduzione schiavistica[19], al contadino, poi, capitava di star via anche sei anni per il servizio militare, e conduceva , come del resto ancora oggi, vita assai tribolata.

L’industria era modesta: si lavorava il vetro, si costruivano armi, spade e corazze si lavorava il metallo prezioso (con l’oro si facevano già le capsule per i denti) , si conciavano le pelli, si tingevano i tessuti  e nel Cilento, si salavano pesci, di varie specie, si produceva oltre al garum, come del resto ancora oggi,  un buon vino e dell’ottimo olio.

A quattordici anni, si cessava di essere adolescenti e s’indossava l’abito virile; fino a trenta si era considerati giovani, a sessanta vecchi.

Le attività più nobili erano la politica, l’avvocatura e la carriera militare[20].

 


 

[1] Distrutta dai romani nel 204 a.C., perché i suoi abitanti avevano soccorso Annibale. Cfr. Amato A.R., Il Paese delle Sirene cit. p.27.

[2] Si veda Amato A.R. Il Paese delle Sirene cit. pp. 18-19.

[3] Cf. Amato A.R., Il Paese delle Sirene cit. p.70ss.

[4] Rohlfs G. - Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria - Ravenna 1974.

[5] Cfr. Storia delle Terre del Cilento Antico - Agropli 1989 p.471.

[6] Cfr. Guzzo A., cit. p.199ss.

[7] Cfr. Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata -  Ediz. Loescher - Roma 1902.

[8]  Di cui parleremo diffusamente -Vedi appresso.

[9] Vedi appresso - II capitolo - Petilia.

[10]Biagi E., Storia di Roma ecc. p.49.

[11]Franciosa L., Il Cilento Ed. Ippocratica 1950 p.52.

[12] Estendendosi per 4500 chilometri da Gibilterra alla costa siriana, il Mediterraneo, con i suoi 3 milioni di chilometri quadrati, sembra un lago immenso situato tra l’Africa , l’Asia e l’Europa. Cfr. Pierre M. cit. p.10.

[13] Quando il poeta di Venosa fu al seguito di Mecenate e di Cocceio Nerva che si recavano a Brindisi per svolgere una missione diplomatica delicata- Cfr. Ursino F., Romana Culmina - Orazio- Cicerone - Quintilliano Aniello Editore 1984  p.15.

[14] Biagi E., Storia di Roma ecc. p.49.

[15]Vedi Appresso Capitolo II- Il tratto di via litoranea tirrenica molto probabilmente ricalcava un itinerario più antico di cui sono state travate cospicue tracce alla Linora di Paestum. Cfr. Archeologia e territorio - Edizioni dell’Alento Dicembre 1992, p.11-12.

[16]Nei documenti cavensi vi è una ricca testimonianza dello stato di abbandono in cui erano cadute le terre della fascia costiera.- Acocella N., in “RSS”XXIII 1962, pp.45-132, rip. da Archeologia ecc. cit. p.12.

[17]Cfr. La Greca A., I Paesi, Agropoli 1991 p.192.

[18]Attorno a un grande cortile si disponevano la residenza padronale, quella della servitù, i locali per la lavorazione del vino e dell’olio, i magazzini alimentari e le stalle. Una delle più belle ville rustiche, che ben semplifica le strutture di questo tipo di abitazione, è venuta alla luce nei pressi di Roma, durante i lavori per l’apertura dell’Autostrada del Sole: i lavori hanno tagliato i mosaici che pavimentavano una parte della villa, e quindi lo scavo ha posto in luce sia la parte residenziale sia le dipendenze agricole. Due iscrizioni, che ricordano la famiglia Volusia, hanno consentito di individuare i proprietari e di fissare la datazione dal I secolo a.C.al II d.C. in Moscati S., Il passato ecc. cit. pp.39-40.  

[19] Come già detto - Vedi  La schiavitù - Una iscrizione dedicata da una schiava al marito di nome “Gennaio” morto a 30 anni e 2 mesi, è stata rinvenuta nella necropoli si S. Marco di Castellabate. Cfr. Amato A.R. Il Paese delle Sirene cit. p.75.

[20]Cfr. Biagi E., Storia D’Italia a Fumetti - A. Mondadori Ed. 1978 p.7ss.