Hotels di Santa Maria di Castellabate sul mare
Spiaggia privata Hotel Costa d'Oro di Castellabate Camere Hotel Costa d'Oro di Castellabate Tariffe speciali Hotel Costa d'Oro di Castellabate

Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato
Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle

Capitolo III i Porti
 - Porto di Paestum - Porto di S.Marco di Castellabate  -  Porto del Fico (Pioppi)  -  Porto di Palinuro

 

Petilia

 

 

Antica città capitale delle tribù confederate dei Lucani, difficilmente identificabile con Petilia nel Bruzio[1]; già Il barone Antonini nella metà del XVIII sec.  interpretando un testo di Strabone ed un altro di Plutarco, propone di identificarla coi resti emergenti sul vertice del Monte Stella e la ritiene fondata dai Lucani, subito dopo l’occupazione di Posidonia.

La vuole poi, di modeste dimensioni ma inespugnabile, per le fortificazioni e il particolare sito e rinomata per una scuola di gladiatori[2]. Infine, giovandosi dell’autorità di Plutarco[3], vuole che Spartaco, profugo da Reggio e sconfitto da M. Licinio Crasso, nella Palude lucana, posta, secondo lui, non lontano da Paestum, si sia rifugiato in prossimità della nostra Petilia, sulle colline di Laureana e di Vatolla[4].

Alla fine degli anni cinquanta, il cotronese Nicola Tuccino, trova, nelle Grotte di Castelcivita, dei molari di elefante.

Per lui sono resti delle armate di Spartaco, che nel 71 d.C., passò di qui per farsi sconfiggere dalle armate romane a Pratella di Roccadaspide e secondo una leggenda si rifugerà proprio nella Grotta per tentare di sfuggire alla vendetta dei romani[5].  

Il fatto che uno schiavo fuggitivo, un gladiatore che aveva abbandonato l’arena, abbia potuto far tremare l’intera Italia per diversi anni, tenere in scacco le potenti legioni romane ed instaurare una sorte di repubblica rivoluzionaria nelle regioni conquistate, ricorda quasi la trama di un romanzo d’avventura.

Fu infatti una straordinaria avventura quella del giovane Tracio fatto prigioniero durante una delle tante guerre romane, portato in Italia e destinato dal suo padrone al mestiere del gladiatore.

Animato dal desiderio di vendetta nei riguardi di coloro che avevano massacrato la sua famiglia e lo avevano ridotto in schiavitù, cosciente dell’enorme potenza rappresentata dalla folla dei suoi consimili che vivevano nelle città e nelle campagne alla mercè dei loro padroni e che, come lui, covavano nel loro intimo sentimenti di odio e vendetta verso l’impero romano, riuscì nell’impresa che centinaia prima di lui avevano invano tentata: la ribellione degli schiavi, dei disperati, dei nullatenenti, dei diseredati che vivevano all’ombra delle aquile imperiali; uomini senza diritti, senza storia, senza futuro se non i combattimenti dei circhi o il duro lavoro dei campi.

La sua lotta rivoluzionaria fu un crescendo di successi. Dapprima indusse alla rivolta i gladiatori che si trovavano con lui nella caserma di Capua, poi fu la volta delle campagne.

In poco tempo l’armata dei ribelli crebbe a dismisura equipaggiandosi con le armi delle legioni inviate inutilmente contro di essa.

La rivolta prese talmente piede che in poco tempo gli uomini di Spartaco arrivarono ad essere decine di migliaia[6] ed i generali romani non riuscivano ad avere ragione di loro.

In realtà, il desiderio iniziale di Spartaco era semplicemente quello di lasciare l’Italia per tornare in Tracia, ma ben presto la sete di conquista dei suoi luogotenenti e l’animosità stessa delle sue truppe mutarono i suoi progetti.

Il sentimento di vendetta, più forte della stessa libertà appena conquistata, si tramutò in saccheggio, violenza, conquista.

L’idea che teneva insieme quell’orda ruggente e famelica era ormai una sola: saccheggiare l’Italia per far espiare agli antichi padroni tutte le umiliazioni, sofferenze patite, le morti ingiuste[7].

Come abbiamo già accennato, un grosso esercito, comandato da Marco Licinio  Crasso, dopo una furibonda e  cruenta battaglia, avvenuta nella pianura  pestana sotto il monte Calpazio   sconfisse gran parte dei ribelli; mentre un’altra parte delle schiere, in marcia verso settentrione, furono disfatte da Pompeo reduce dalla Spagna[8].

 Lo stesso Spartaco morì in combattimento o, come vuole l’ Antonini,  scampato alla battaglia  si rifugiò sui monti del Cilento, secondo la leggenda, a Capaccio[9]; oppure, come sostengono altri, soprattutto dopo aver visto il film Spartacus, fu catturato, crocefisso e arso vivo,  con circa seimila compagni, lungo la via Appia da Capua a Roma e, i pochi  superstiti, cercando scampo nella fuga, si diradarono per il Cilento.

Come prospettò F.A. Ventimiglia, che il Volpe cita con ammirazione, sulle vette del Monte Stella si ravvisavano, “qua e là, avanzi di antiche fabbriche ed infranti di rottami: nella più alta ch’è a mezzodì, evvi un giro di mura rappresentanti senza dubbio una ragguardevole e ben munita città: nell’altra, in distanza di circa 2 km., si osservano altresì gli avanzi di un castello a difesa della città...\” [10].

La ricognizione archeologica eseguita nel sito nel 1945 permise di individuare i ruderi di una cittadella che, secondo alcuni, si riferivano a Petilia, capitale delle tribù confederate dei Lucani che si chiamò prima Lucania e poi Cilento; secondo altri, invece, ci si trovava di fronte al centro principale del gastaldato di Lucania detto poi Cilento.

Ma ciò, andava accertato prima che l’impianto di una base militare sconvolgesse irreversibilmente il vertice del monte, compromettendo ogni futura indagine del sito[11].


 

[1] Cfr. Storia delle terre cit. p.925.

[2]Cfr. Antonini G., cit. pp. 75 e 270.

[3]Plutarco - Dalle Vite parallele, vol.III - Crasso p.381 Ediz. Le Monnier. Traduz. Adriani. <<...ebbe paura Crasso che non venisse voglia a Spartaco di rivolgersi diritto a Roma, ma se ne assicurò quando intese le molte discordie dei suoi e che una parte ribellata a Spartaco, s’era accampata in disparte sopra un lago in Lucania, di cui raccontano che di tempo in tempo cangia natura, diventando or dolce ed or di salato che non si può bere...>> e prima che potessero attraverso la Lucania marciare alla volta di Roma presso PETELIA li sconfisse.

[4]Antonini G., rip. da Volpe G., cit. p.72. Si veda anche Catello Nastro Cilento Storia e Leggende 1984 pp.12-13.

[5] Cfr. Storie del Parco, anno II Ottobre 1993.

[6] Circa 70.000 schiavi, provenienti da ogni parte dell’impero, che si trovavano in Italia. Questo numero non deve sembrare altissimo se si pensa che nella sola Roma vivevano circa mezzo milione di schiavi ed in tutta L’Italia se ne contavano circa un milione e mezzo. Cfr. Nastro C., cit. p. 79.  

[7] Gli schiavi erano considerati nell’ordinamento romano esseri inferiori senza alcun diritto e vigeva la legge che ordinava, in caso di assassinio o morte violenta del padrone, l’uccisione di tutti i suoi schiavi, rei di aver tramato contro di lui, o comunque colpevoli di esserselo augurato. Cfr. Infusino G., Pompei Napoli 1997 p.28.

[8] Cfr. Storia delle terre cit. p. 945.

[9] La figura del nobile gladiatore fu vista aggirarsi tra i superstiti sulle montagne di Capaccio. Ridotti di numero, stremati dalla lunga marcia, cibandosi solo di ciò che potevano trovare nei boschi del Cilento, i guerrieri di Spartaco raggiunsero la cima della montagna, pensando di stare tranquilli per un bel po’ di tempo nella speranza di poter organizzare le proprie fila ed in seguito imbarcarsi ad Agropoli sulle barche dei pescatori per sfuggire definitivamente alla rappresaglia delle legioni romane. Ormai già conoscevano la sorte che li attendeva: la terribile crocifissione o a Roma, sulla via Appia, con coloro che li avevano preceduti, o lì, sulle montagne di Capaccio, ove avevano trovato rifugio in misere capanne di tronchi e di foglie che si erano costruite recidendo gli arbusti con le pesanti daghe. Ma a Roma era stato deciso che tutti gli schiavi ribelli dovevano morire: l’aristocrazia romana doveva dare un esempio a tutti quanti gli altri schiavi che vivevano in Italia ed a quelli che venivano importati dai vari saccheggi, che le legioni romane operavano nelle varie province e nei territori da loro conquistati. Vennero, quindi, inviate alcune legioni sulle montagne di Capaccio per stroncare l’esistenza dell’ultimo manipolo di quei coraggiosi schiavi-gladiatori. Per loro era più dignitosa la morte, piuttosto che vivere in uno stato di soggezione .Fu allora che apparve l’ombra di Spartaco che, si dice, fosse morto nella battaglia presso le foci del Silaro. Spartaco radunò i superstiti, incitandoli a non arrendersi, a vendere cara la pelle nel nome della libertà dei popoli. Li rincuorò con calde e commoventi parole. L’esercito romano avanzava su per i dirupi della montagna: guerrieri armati fino ai denti sbucavano da ogni parte, minacciosi e pronti ad ammazzare il maggior numero di nemici per avere un premio maggiore: il bosco stava per tingersi di rosso. Fu a questo punto che il dio del bosco, avendo avuto pietà per i gladiatori di Spartaco, ammirando l’enorme sforzo che essi avevano compiuto per combattere per la libertà contro i soprusi di una classe dirigente avida e corrotta, trasformo i coraggiosi gladiatori in enormi eucaliptus. Quando arrivarono i guerrieri romani non trovarono altro che una immensa fila di fronzuti alberi nel bosco, che si ergevano maestosi contro il cielo azzurro del Cilento. Settanta anni dopo doveva nascere un Bambino, anche Lui doveva morire sulla Croce per espiare le colpe di tante persone che spesso, oggi, dimenticano il Suo Sacrificio. Cfr. Nastro C., cit p. 79ss.   

 

[10]Antonini G., rip. Da Volpe G., cit. p.72.

[11]Cfr. Storia delle Terre ecc. cit.p.700ss

 

Hotel Costa d'Oro
Castellabate - Cilento - Salerno - Campania - Italia

Via Lungomare Bracale, 44   - 84072  S.Maria di Castellabate (SA) tel. 0974 961015 fax 0974 960413 e-mail: info@hotelcostadoro.it