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Storie e
cultura del Cilento - "Il Cilento Antico"
di Angelo Raffaele
Amato
Capitolo III i Porti
Posidonia (Paestum)
Presso la riva del golfo di Salerno (in antico Sinus Paestanus), a circa otto chilometri a sud della foce del Sele (già Silaro), al margine di una pianura triangolare emerge l’antica città con i suoi maestosi templi. Paestum ed i suoi dintorni furono abitati fin dalle epoche più remote. A circa due chilometri circa a Nord della sua cinta muraria, in contrada Gaudio, è stata scoperta una vasta necropoli, che risale all’età eneolitica, ma nell’interno della stessa città, da diversi decenni, sono stati trovati manufatti appartenenti alle epoche neolitica e paleolitica. Certamente era abitata da una popolazione indigena al momento della colonizzazione greca. Come risulta da alcune monete d’argento con la scritta arcaica POS- POSEI, POSEIDON,[1] la suddetta ebbe in origine il nome di Posidonia (città di Nettuno); fu una colonia achea fondata verso l’anno 630 a.C., dai sibariti (pare dopo il primo stanziamento alla foce del Sele) ed è probabile che alla fondazione abbiano partecipato i Trezeni di Sibari[2]. Con questa rimase in stretta alleanza, poi dopo la distruzione di essa avvenuta nel 510 a.C., strinse relazione con gli Etruschi, ma, indebitatasi dopo la battaglia di Cuma (474 a.C.) la potenza etrusca, si volse di nuovo ai rapporti con le rive dello Jonio; però verso l’anno 400 a.C., e forse qualche poco prima, fu, insieme con le città sue alleate, Lao e Pixunte, presa, probabilmente dopo aspra lotta, dai Lucani che le cambiarono il nome in Paistom o Paistos. Nel 332 a.C., presso Paestum questi ultimi furono sconfitti da Alessandro il Molosso re d’Epiro, zio di Alessandro Magno, e la città fu libera, ma nel 326 a.C., i Lucani sconfissero e uccisero Alessandro, il suo corpo fu fatto a pezzi, in una battaglia presso Pandosia e riconquistarono Paestum che nel 273 a.C., fu presa dai Romani, i quali la chiamarono Paestum e vi stabilirono una colonia. La città ritornò floridissima. Durante la 2° guerra punica offerse, secondo Livio, delle patere d’oro ai Romani che generosamente le rifiutarono; navi di Paestum, insieme con navi di Velia e di Reggio, soccorsero i Romani assediati entro Taranto da Annibale, e dopo la battaglia di Canne soccorsero Roma con denaro e uomini. Scomparso Annibale tutte le città della Magna Grecia cessarono di avere una storia e le loro vicende si fusero con quelle di Roma che come aveva fatto con Paestum le trasformò in colonie e municipi. La Magna Grecia morì ma la sua civiltà e la sua cultura assorbite dall’anima romana diventarono due delle sue più importanti componenti. Le rovine consistono essenzialmente negli avanzi delle mura, in quattro templi, nell’anfiteatro, in una strada <lastricata> e i resti minori dove va ricercata la famosa bottega di Asteas[3], del suo successore Python <Pitone> nonché le case di molti insigni personaggi, abilissimi nelle lettere, nelle scienze e nelle armi. Difatti, secondo quanto riferisce Giamblico - nella “Vita di Pitagora” - Simo, Proseno, Cranio, Miete, Batilao, Fedone, Testore, Parmenide che molti scrittori lo annoverano tra i nativi di Uele (Elea) e non pochi altri della Scuola Pitagorica, furono posidoniati. Paestum, fu come Velia, dimora di molti patrizi romani che si recavano a respirare l’aura di un inverno dolce e ridente. Difatti, numerose sono le gentes di prestigio che entrano e poi rimangono in rapporto con Paestum, come i Tulii cicerones, i discendenti del grande oratore, forse giuntivi da Pompei dopo il 79; e assieme ai Tullii vi troviamo nomina di altrettanto lontana e illustre tradizione, quali i Digitii, i Valerii, i Vincii. Cittadini eminenti, che le iscrizioni documentano, a proprie spese costruiscono e restaurano templi e terme, organizzano giochi, operano largizioni e ricevono in cambio onori e statue, di cui si ornano i luoghi pubblici[4]. Le rose di Paestum , di cui erano tanto amanti le matrone romane, portarono il vanto su tutte le altre, infatti, come abbiamo già detto nel primo capitolo[5], sono menzionate da Virgilio, Marziale, da Ovidio che le vuole superiori in fragranza a qualsiasi altro roseto: <Nec babilon aestus, nec frigora pontus habet.Calhaque paestanas vincit odore rosa>[6], da Propezio che chiama odorosa la città stessa: <Ho visto giovani rosai di Paestum odorosa piegarsi appassiti sotto il soffio dello scirocco mattutino...>> e da tanti altri poeti, nei secoli successivi[7] Paestum ci ha conservato una ricchissima collezione di monete, chi scrive è numismatico, che vanno dal IV sec. a.C., al I sec. d.C., alcuni tra i rari esemplari di pittura parietale e una abbondantissima collezione di vasi. A Paestum, come in molte città magnogreche, fiorì la poesia e la musica. Si svolgevano gare musicali a cui la gente si entusiasmava. La musica come scienza e arte fu esplorata da Aristosseno di Taranto (IV sec. a.C.) in opere come “Elementi di Ritmo” e “ Elementi di Armonia”. Le cosiddette farse fliaciche mettevano in caricatura i personaggi che i tragici greci trattavano con grande solennità e assunsero a dignità letteraria con Ridone. La cultura scientifica ebbe i suoi rappresentanti in Alcmeone, Aristosseno, Empedocle e soprattutto Archita di Taranto che per primo fece la distinzione tra progressione geometrica e aritmetica, fece studi di acustica e fu filosofo, scienziato, statista, stratega. La Magna Grecia ebbe due storici tutti e due di Reggio, Lico e Ippi, che scrisse la prima storia delle colonie della Magna Grecia (visse al tempo delle guerre persiane). La pianta della città è quella di un rettangolo con angolo smussato, in modo che le mura descrivano un pentagono irregolare di circa 4500 m. con quattro porte e più torri. Questa forma che sarebbe affatto regolare senza la smussatura, lascia supporre che la base della fondazione della città sia stato il rito della <<limitazione>>, comune ai greci e agli italioti. Paestum era attraversata da due strade principali intersecantisi ad angolo retto e corrispondenti alle linee templari del cardo e del decumanus: il cardo congiunge la Porta Aurea a nord con la Porta della Giustizia a sud; il decumanus la porta della Sirena a est con la porta di mare a ovest. Le strade minori erano parallele a quelle principali[8]. Poco distante scorre il fiume Salso o Capodifiume che i Greci piegarono a difesa delle mura di Posidonia, dalle acque straordinariamente salse, capaci di pietrificare le radici nel sotterra e di creare coi sedimenti negli stagni banchi di duro calcare[9]. Queste proprietà menzionate da Aristotele, sono confermate da Plinio, Strabone, Silio Italico e dal Tasso: Quivi insieme venia la gente esperta Dal suol, ch’abonda di vermiglie rose. Là ve’, come si narra e rami e fronde Silaro impetra con mirabil onde[10].
Oggi sappiamo che il favoloso Tempio di Nettuno fu dedicato ad Hera, grazie al rinvenimento di piccoli oggetti votivi restituiti dall’area adiacente il suddetto. Ma il nume marino dal gran tridente aguzzo, se è stato radicato, se è stato ricacciato dal Tempio più conservato della città, è rispuntato sul conio degli stateri d’argento che discendono più o meno all’età del Tempio: appare gagliardo il dio sul recto delle monete disperse in collezioni pubbliche e private, nell’atto di procedere a destra vibrando il tridente. Di grande interesse è il piccolo edificio rettangolare detto il Sacello, scoperto soltanto nel 1954 dal Sestieri. Egli scrive: “Non v’era altra via per penetrarvi che dal tetto dove fu possibile spostare una tegola all’estremità occidentale... lasciando così un’apertura sufficiente a permettere a una persona di introdursi nell’interno, cosa che feci in preda a una comprensibile emozione, se si pensa che nessuno era entrato nell’edificio da 2500 anni circa, e che per tutto questo tempo esso era stato celato a ogni sguardo umano. La sorpresa che doveva riservare fu superiore a ogni aspettativa, perché, per quanto durante lo scavo fossero state fatte mille supposizioni, non s’immaginava quale tesoro vi fosse in realtà. Presso le pareti lunghe erano allineati otto vasi di bronzo... la cui patina dorata brillava ormai alla luce del sole che era riuscita a penetrare dalla piccola apertura...” [11]. Un’anfora a figure nere, otto grandi crateri di bronzo con croste di miele sul fondo, un mazzetto di cinque spiedi fu il corredo estratto alla luce. Intorno alla misteriosa presenza, infossata nella gleba del tessuto cittadino più di cinque secoli prima di Cristo, si è venuto addensando tutto un incrocio di ipotesi e attribuzioni sospese a mezz’aria, che acuiscono per la stessa incertezza il mistero dell’edificio muto. Vi è chi pensa che sia stato esso un cenotafio, un ipogeo sepolcrale simbolico che i Sibariti avrebbero cavato per prolungare in seno alla nuova fondazione il ricordo dell’ecista Is, che aveva gettato il seme di Sibari. Ma il richiamo ai culti inferi, che esercitavano sugli antichi di quando in quando un’attrattiva eguale alla religione in tutta luce, conquista l’osservatore come ha preso gli uomini di scienza che hanno pensato ora a Persefone, ora a qualche eroina, ora alle ninfe per la tentazione d’una mezza scritta che corre intorno a un piccolo vaso dipinto che era nei pressi. Fu forse una carestia, una pestilenza o qualcos’altro che suggerì l’impianto detto Sacellum o Ipogeo[12]. Di forte attrazione è la sala, del vicino museo, del Tuffatore, dall’omonima tomba di cui sono esposte le lastre dipinte: cinque pareti di calcare componenti i quattro lati della cassa e il coperchio con un rivestimento colmo di scene, una delle quali, sul lato interno della copertura, illustra il tuffo di un giovane in un laghetto dall’alto di un pilastro a blocchi, che esprime il passaggio della vita terrena alla vita spirituale ovvero la catarsi greca, cioè la purificazione dell’anima che dopo la morte torna a rivivere in un altro mondo o nel corpo di un’altra persona (metempsicosi). L’acqua nella quale il giovane si tuffa è il principio delle cose (secondo Talete di Mileto), cioè l’essenza stessa della terra, quindi una componente fondamentale dell’esistenza umana. La struttura di pietra, simile a un trampolino, ottenuta da blocchi sovrapposti, dalla quale il giovane si tuffa nello specchio d’acqua, rappresenta, secondo Giovanni Becatti, Ranuccio Bianchi Bandinelli e l’amico Nunzio Daniele, il confine del mondo allora conosciuto, cioè le cosiddette colonne d’Ercole. Suggestiva è anche l’ipotesi secondo la quale i 24 blocchi sovrapposti e distribuiti in tre filari, rappresentino gli anni del defunto[13]. E al miracolo di un pennello greco si gridò allorché la tomba fu scoperta da Mario Napoli nel 1968, per la finezza del tratto, per l’eleganza dei gesti per le attinenze di stile con la ceramica attica, per l’eccezione stessa di dipingere da queste parti nei primi decenni appena del V sec. a.C., l’interno della tomba[14]. Si oltrepassa il vestibolo d’ingresso e si rientra in una lunga sala: è affascinante lo spettacolo di vita che si diffonde dai più bei colori stesi da pennelli ignoti su pareti lunghe e corte di sepolcri a cassa e a camera distribuiti per la piana dal Sele fino ad Agropoli durante il IV sec. a.C.[15]. Erano famiglie abbienti quelle che commettevano l’incarico al pittore, infatti è stato calcolato che sopra un migliaio di tombe pestane inquadrabili in un trentennio nel bel mezzo del IV sec. a.C., diciotto soltanto sono dipinte. In alcune tombe a camera dipinte, è raffigurata la melagrana che, come già accennato, era espressione di fecondità e di vita senza fine. La dovizia pittorica di Paestum non ha eguale nel Mezzogiorno. E’ sufficiente osservare l’anfora firmata da Python, che vi dipinse Elena nascente dall’uovo; il pittore di Afrodite, dipintore di un’anfora gigantesca (poco meno di un metro) su cui ritrasse l’apparizione della dea ed espresse nella varietà delle figure in faccende la freschezza dei sensi e della vita[16]. Le pitture di Paestum, rivelano anche un’evoluzione storica, in quanto appartengono a fasi diverse, ciascuna con proprie caratteristiche. La campagna di scavi del 1969, ha portato alla luce non una, ma centinaia di tombe, databili tra il 340 e il 310 a.C. In quest’epoca, infatti, come già accennato, genti lucane dell’interno si sono impadronite della città, e dunque è davvero una dimensione storica nuova quella rivelata dai ritrovamenti: possiamo dire che le genti lucane di Paestum ci sono note essenzialmente da queste figurazioni, la cui varietà è così ampia da coprire tutti gli aspetti principali della vita, soprattutto privata, del tempo. Le pitture mostrano la corsa delle bighe e delle quadrighe, la lotta dei duellanti e dei pugili, il sacrificio in onore del defunto e il pianto intorno al suo letto. Né mancano le scene dalle quali si possono ricostruire le concezioni sull’esistenza ultramondana: compare la barca con un nocchiero (Caronte) che accompagna le anime dei trapassati, si ripete il motivo del guerriero a cavallo che probabilmente simboleggia il transito al mondo ultraterreno. Quanto allo stile, le figure si fanno più goffe, le donne sono cambiate: hanno le vesti raccolte maldestramente sul capo, i capelli in disordine, i lineamenti rozzi che le macchie di colore accentuano pesantemente. Si respira un’aria paesana, certo meno elegante e raffinata, però non meno viva e reale. Nel 273 a.C., i Romani, come già detto, occupano Paestum, e la fanno rinascere. Nuove pitture, scoperte nel 1972, ci danno l’ultima fisionomia artistica della città, che è ormai di nuovo greca, anche se più precisamente ellenistica: le figure aumentano di dimensione, assumono solennità araldica, rivelano il nascente interesse per il ritratto[17]. Per descrivere le bellezze di Paestum e le meraviglie esposte nel suo museo, non basterebbe un intero volume, ma, per necessità dobbiamo essere laconici. Prima di passare al capitolo successivo, non posso fare a meno di accennare alla, sensazionale, scoperta avvenuta durante la campagna di scavi eseguiti dal gruppo del Prof. Emanuele Greco dagli inizi del 1990 al giugno del 1993 . Veniva alla luce la strada (nord-sud) che delimitava ad est l’ampiezza dell’antica agorà, la più grande finora conosciuta in tutto il mondo e due aree sacre: una legata a cerimonie religiose celebrate dalle donne in onore di Demetra, tra il VI e il IV sec. a.C.; l’altra, del III secolo a.C., che costituiva uno dei più significativi esempi di contiguità greco-romana. Il Prof. Greco, in un convegno, organizzato dal Comune di Capaccio, rendeva noto i risultati della ricerca, condotta alle spalle del museo e della Basilica Paleocristiana e ribadiva che Paestum non è solo una colonia greca a cui si sono sovrapposti i romani ma una realtà complessa di testimonianze che vanno dal II millennio a.C., all’VIII sec. d.C. A tal suffraggio vanno le tombe medievali, la fibula di età longobarda e la capanna preistorica . Le vestigia messe in luce in quella campagna di scavi, sono state ricoperte per evitarne il deterioramento dovuto alle precarie condizioni dei nostri parchi archeologici . Purtroppo, gran parte dell’area interessata è in mano a privati coltivatori (più di 100 ettari dei 120 racchiusi dalla cinta muraria) che vi praticano un’aratura spesso superiore ai 30 centimetri consentiti, con irrimediabili danni al patrimonio archeologico. Ancora più grave, secondo Greco, è la questione del Museo Nazionale costruito con superficialità su un’area risultata oggi essere parte dell’antica agorà e la strada che, da circa 170 anni, taglia in due l’antica città dividendo addirittura l’anfiteatro romano. [1]Cfr. SOLDI, Mensile di Numismatica Medaglistica e Carta Moneta n° 4/5 - 1968. [2]Cfr. Amato A. R., Il Paese delle Sirene cit. p.55. [3]Pittore vascolare (IV sec. a.C.) si conservano firmati da lui sei vasi, tre con scene mitologiche (Napoli - Museo Nazionale) e tre con scene teatrali (Berlino-Madrid e Roma). L’opera più nota è il cratere del Museo di Villa Giulia (Roma) con la rappresentazione parodistica del mito di Cassandra- Cfr. Enciclopedia dell’Arte Tumminelli- Roma 1969. [4]Cfr. Mello M., Archeologia del territorio ecc. cit. p.317. [5]Il lavoro e la casa - nota n°65. [6]Ovidio - Libro I ex Pont. Epist.IV. [7]Bernardino Rota ricorda la terra pestana che, pur coperta di rovine, ancor profuma di rose. L’Ariosto, nell’Orlando Furioso paragona il rosso di cui si tinge il volto di Bradamante e Marfisa, di fronte ad uno spettacolo osceno, al colore delle rose dei giardini di Paestum. Per il Tasso è “suol ch’abonda di vermiglie rose”. E per il Monti, le rose di Paestum son le rose di tutta Italia: “Vera la rosa che mandàr primieri di Damasco i giardini e di Mileto; quella rosa che poi, nel fortunato grembo translata dall’ausonia terra, fu pestana nomata e prenestina”. Oggi delle rose pestane rimane solo questo ricordo letterario, purtroppo!- Villani V., in Il Maestrale del Sud 2/9/96. [8]Cfr. T.C.I., Italia Meridionale 1928. [9] MELLO M., Capaccio e Paestum tra storia e cronaca - Estratto da “La scuola di domani” 1978. [10] Gerusalemme Conquistata vol. I. - Silio Italico Libro VII: Nunc Silarus, quos nutrit aquas, quo gurgite tradunt. Duritiem lapidum inersos inolescere ramos. Il Silarus è quasi collegato al Salso. [11]Bracco V., Campania ecc. cit. p.88ss [12]Cfr. Ibidem e Pennino L., cit. p.49. [13]Paestum Pittura Murale Greca a cura di N.Daniele CGM Agropoli p.14. [14]Cfr. Bracco V., cit.p.89. [15]Attraverso un vaso rinvenuto nella tomba, si fissa con certezza la data al 480-470 a.C., Cfr. Moscati S., cit. p.209. [16]Bracco V., cit. p.89. [17]Moscati S., cit. p.209.
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