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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato
Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle

Capitolo III i Porti
 - Porto di Paestum - Porto di S.Marco di Castellabate  -  Porto del Fico (Pioppi)  -  Porto di Palinuro

 

Leucosia (Licosa)

 

Il grammatico latino Sesto Pompeo Festo racconta: “Quindi ad un’isola approdarono che chiamarono Leucosia dal nome della cugina di Enea che vi seppellirono”[1].

Sulla localizzazione dell’isola in cui, secondo altri antichi scrittori, le temute sirene abitarono, vi sono state nel corso della storia molte opinioni controverse: c’è chi addirittura l’ha identificate con gli isolotti de i Galli non lungi da quel capo sorrentino, cioè Punta Campanella, dove sorgeva un Athenaion, e il santuario delle Sirene, le stesse che furono tramutate in scogli[2].

L’ipotesi più convincente situa la mitica Leucosia nell’attuale comprensorio di Castellabate; infatti Eustazio scrive: “Nel promontorio posidoniate, nei pressi della foce del Sele, dirimpetto a detto promontorio è situata l’isola di Leucosia.

La stessa staccatasi dalla terraferma, prese il nome da una delle sirene  “[3].

Si ritiene però che, in epoca omerica, l’attuale isolotto facesse parte del limitrofo promontorio sommerso, lungo   diverse centinaia di metri,  e  l’isola delle Sirene fosse la ben conosciuta “Secca di Vatolla,”  profonda circa sei metri.

Ma lasciamo da parte le congetture e, nel rimandarvi alla lettura del mio libro - Il Paese delle Sirene - , edito nel maggio del 1992, inoltriamoci nelle poche certezze che ci è dato conoscere; da moltissimi secoli il monte e l’isolotto vengono denominati di Leucosia perché, come sostengono alcuni studiosi, vi era ubicato un tempio a “Leucotea” - Leggenda o realtà?

La verità non è mai stata accertata. Una cosa è certa però, in tutta la zona sono presenti, anche a livello di campagna, frammenti ceramici e resti di antiche costruzioni.

Sull’isolotto poi, sono ben evidenti le tracce della frequentazione antica dell’uomo, dall’epoca preistorica, segnata dalla presenza di frammenti di ceramica d’impasto e schegge silicee, a tutta l’età romana.

 Ma ciò che merita la massima attenzione sono i ruderi che si scorgono sul versante orientale, di fronte all’omonimo promontorio e contestuali alla rampa di scale che sale dal locale approdo al faro.

Qui l’azione combinata del mare e degli agenti atmosferici hanno evidenziato su un fronte di 20 metri la sezione di un antico complesso edilizio; vi si distinguono tra il punto di posa delle fondazioni e l’attuale strato vegetale diversi livelli abitativi con rifacimento di pavimentazioni, di cui il più antico è connesso alla presenza di frammenti di ceramica greca a vernice nera di V sec. a.C., mentre il più recente è contrassegnato da un pavimento a mosaico di età imperiale romana, formato da tessere bianche e verdi di composizione geometrica[4].

     In ogni modo, questo posto offre tanti spunti per intrecciare supposizioni e misteriosi racconti: in questo luogo Ulisse riesce a sfuggire al malioso canto delle Sirene[5] facendosi legare all’albero della sua nave, per cui le Sirene vinte si gettano in mare e, le spoglie sospinte dalle onde, approdano sulle coste che portano il loro nome.

Ascoltiamo il racconto di Ulisse:

Compagni, stiamo per attraversare quel tratto di mare infestato dalle sirene. Basta che uno di voi si lascia attrarre dal loro melodioso canto che è irrimediabilmente perduto.

Turatevi le orecchie con la cera vergine che abbiamo portato dall’oriente, copritevi la testa con delle bende e pensate solo a fare forza sui remi; prima ,però, legatemi all’albero  con delle grosse corde in maniera tale che non mi possa slegare per quanta forza faccia.

Voglio ascoltare il canto delle sirene ma non ho intenzione di finire nelle loro mani.

Non appena sarà terminato il canto vi farò tre cenni con la testa e voi potrete liberarvi dalla cera.

Gli ordini di Ulisse vennero eseguiti.

 Poco dopo si giunse in vista dell’isola delle Sirene.

Resti umani si scorgevano ovunque: crani svuotati ed ossa biancheggianti contrastavano con le onde azzurre del mare ed il grigio degli scogli luccicanti sotto i raggi del sole primaverile[6].

Si udì la dolce melodia: <<o prode eroe di Itaca, vieni, vieni qui, a riposare le tue stanche membra >>.

Ulisse così fu l’unico mortale a sentire la voce delle Sirene senza pagare con la vita.

Il loro canto melodioso lo affascinò, tanto da fargli supplicare i compagni di slegarlo e di lasciarlo libero.

In quel momento il suo unico desiderio era raggiungere le magiche abitatrici dell’isola e stare in loro compagnia per sempre.

Ma, obbedendo ai suoi stessi ordini, i compagni lo strinsero più forte all’albero maestro per impedirgli di lasciarsi catturare da quella lusinga mortale: “Vieni, marinaio, vieni...Segui il dolce suono delle nostre voci... Chi lo segue e ascolta fino in fondo il nostro canto diventa immortale...”

Poi quel canto si affievolì e i compagni, quando lo videro finalmente sereno, liberarono l’eroe.

Le tre sorelle, Partenope , Leucosia e Ligea, abituate ad ammaliare con il loro canto i marinai che avevano la ventura di attraversare quel tratto di mare, lanciavano, ad Ulisse e ai suoi compagni, con insistenza i loro inviti. Purtroppo, questa volta, il trucco non  riusciva; non potevano raggiungere quegli atletici marinai e Ulisse, li guardavano ardentemente e bruciavano di passione per loro.

Tale fu la fiamma che l’avvolse e tale fu l’ira nel vedere che né il guerriero dalle belle sembianze né uno dei suoi marinai si precipitava giù dalla nave, nuotando, per andare loro incontro,  che si misero a piangere.

Mentre la nave di Ulisse si allontanava, scivolando velocemente, sulle onde del mar Tirreno, le ninfe si gettavano in mare tentando di raggiungere la nave ma, soffocate dalle lacrime e dallo sforzo, annegavano miseramente tra i flutti.

Il mare, che aveva assistito ai loro  misfatti amorosi, doveva  ora ricevere quei corpi posseduti da tanti amanti attirati con l’inganno e poi barbaramente uccisi.

 Quello stesso mare, quasi a testimoniare che le sirene erano creature della terra, che da essa avevano ereditato tanta cattiveria, decise di restituirle alla costa.

 I loro corpi senza vita, infatti, portati dalle onde approdarono così in luoghi diversi del litorale dando origine alla città di Partenope, (oggi Napoli) Ligia e Leucosia [7].

  Ed ora lasciamo questo mitico luogo che ci ha visti navigare sulle orme di Ulisse e da dove i più fortunati riescono persino a sentire i versi di Omero, portati dalla brezza marina, e occupiamoci della misteriosa Petilia.


 

[1]”Leucosia insula dicta est a consobrina Aeneae ibi sepulta”

[2]Napoli M., - Civiltà Sul Mediterraneo I.G.D.A. 1971 -p.47 rip. da Amato A.R., Jus Primae Noctis a Castellabate 1991 p.122.

[3]”Ad os silari promontorium Posidoniate, contra quod Leucosia insula innatat ipsa a terra avulsa, nomen sortita ab una sirenum” rip. da Amato A.R., in Civiltà e Borghi nel paese delle Sirene Agropoli 1983 p.26 e Amato A.R.,Jus Primae Noctis ecc. cit. p.123.

[4] Cantalupo P., Due ignorate testimonianze archeologiche in “Bollettino Storico di Salerno e Principato Citra”, 1986 n° 2 pp.31-32- rip. Da Amato A.R., Il Paese delle Sirene p.45.

[5] Da oltre 2500 anni alle misteriose sirene vengono attribuite tutte queste misteriose forze attrattive. Non ne parla soltanto Omero nell’Odissea; ne discutono anche Eraclito e Platone. Queste mitiche creature abitano gli scogli che appaiono a chi , nel mare vero o in quello del sapere, si è spinto oltre ogni terra nota. Originariamente assunsero natura mista di donna e di uccello; solo alla fine del Medioevo le loro ali si trasformeranno in pinne e il loro piede artigliato (unico perché sempre raffigurato sempre di profilo) diverrà coda di pesce; allora, dallo scoglio su cui stavano appollaiate, le sirene scenderanno tra le profondità dei flutti che vi si infrangono. Intanto i padri della Chiesa, invece che simboli di un sapere superiore , ne avevano fatto l’allegoria della voluttà, della tentazione diabolica. Con l’Ottocento esse diverranno il simbolo della donna attraente ma fredda, che turba senza concedersi , che trascina gli uomini nei gorghi del peccato senza essere lei stessa travolta: insomma, una vera civetta di mare. L’opera e l’operetta le porteranno in scena: Or qui approdate,/ qui alle beate/ piagge ove il core/ in fra i deliri/ d’ardente amore/ queta i desiri’ invitano subdole le sirene del Tannhauser wagneriano. Oggi il mito è passato sulla carta stampata della pubblicità : le sirene non cantano, ma decantano (una marca di tonno o di costumi da bagno , un centro balneare o una birra). Il consumatore ne è attratto senza timore : il naufragare è dolce in questo mare. Vedi : Il Paese delle Sirene di Angelo Raffaele Amato, opera più volte citata, Cap. I - Le sirene -  pag. 14 e ss.;  Il quadro raffigurante L’Arcangelo e La sirena,  pendente da una parete, nella Chiesa di Castellabate e Il mondo delle Cartoline I.G.De Agostini No 1996 pp22a 22b.   

[6] Odissea, C.XII: Plurimus autem in litore ossium cumulus eorum , qui auscultam, citraque cutes direptae idem significates conspiciuntur - Un cumulo di ossa giace sul lido, sono di coloro che hanno ascoltato il canto delle sirene; non lontano si scorgono pelli lacerate e corpi putrefatti. In Amato A.R., Il Paese delle Sirene cit. p. 42.

[7] Si veda  Nastro C., Cilento Storia e Leggende - S.Antuono di Torchiara (Sa) 1984 pp.158-159., Amato A.R., Il Paese delle Sirene cit.14ss e I Grandi Racconti D’Avventura dall’Odissea di Omero De Agostini No 1990 p.16. e Infusino G. Pompei Na 1997 p.20-21.

 

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