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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato

Capitolo I   Mondo greco e romano 

L’esodo - Le donne e i riti orfici - I riti dionisiaci  - Le superstizioni  -  La saggezza  -  L’aldilà  -  La cultura
Agonismogiocosvaghi  -  Il lavoro e la casa  -  La schiavitù  -  La nutrizione  -  La medicina  -  Uele e la Scuola Uelete
Sotto i nostri piedi Il Tesoro di Alarico


Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle
Capitolo III i Porti
 - Porto di Paestum - Porto di S.Marco di Castellabate  -  Porto del Fico (Pioppi)  -  Porto di Palinuro
Leggende: Ermigarda la bella Araba del Tresino

 

.     Le donne e i riti orfici

 

 

I Greci che giungevano senza donne, sposavano donne indigene.

Poiché nel Meridione pregreco, la donna era considerata una figura di grande autorità e forza morale, nella famiglia magnogreca  ebbe  medesima condizione e il suo ruolo fu assai più importante di quello della donna in Grecia.

Pitagora fu il primo ad ammettere le donne a un sodalizio filosofico;  Caulonia attribuì la sua fondazione non ad un eroe  ma ad  una eroina, la amazzone Cleta.

L’importanza della donna venne proiettata anche nelle figure religiose cosicché femmine furono le divinità più amate e di maggior prestigio, come la dea Persefone (Proserpina) a Locri e Velia[1]e Bona Dea[2]ed Hera (Giunone) a Paestum.

Questa dea, venerata da tutti i colonizzatori rappresentò la sublimazione della figura materna nel Sud, alla sua scomparsa fu sostituita dalla Madonna del Granato[3], anch’essa venerata dalle nostre popolazioni come dispensatrice di fertilità e molti altri doni.

Ancora oggi, a Capaccio ( sopra Paestum), vengono portate in processione per la festa della Madonna del Granato ceste a forma di barche (chiamate ” cente”) ornate da ceri e spighe di grano.

E’ ben noto che la Chiesa cristiana dei primi secoli assimilò alcune forme esteriori di riti pagani, allo scopo di incoraggiare le conversioni.

Queste cerimonie, nei dettagli, si rinvengono da fonti greche a proposito delle processioni di Argo, principale luogo di culto di Hera[4].

Il nostro clima favoriva l’agricoltura nel cui sviluppo i fiumi avevano un’importanza fondamentale. Pertanto questi, nel mondo pregreco, erano divinizzati, quindi considerati sacri.

 Anche i coloni greci includevano divinità fluviali nel loro patrimonio religioso riportandone le figurazioni sulle monete.

Un po’ dappertutto nel Sud, si diffuse l’orfismo,  credenza in forza della quale dopo la morte i cattivi venivano puniti e i buoni premiati  l’anima sta nel corpo come in una prigione da cui aspira a liberarsi per passare con l’espiazione ad una vita migliore.


 

[1] Due iscrizioni, riferite dall’Antonini attestano che a Velia vi furono due grandiosi templi, a Proserpina il primo ed a Minerva il secondo. Cfr. Antonini G., La Lucania , Napoli 1745 parte II, disc. IV, p.303. - Esistono diverse monete di Velia con l’immagine di Minerva.

[2] “Bona Dea”  (la “dea buona”) è solo una denominazione “di copertura” di nomi segreti. Quale rapporto particolare possiamo stabilire tra il culto di Paestum e quello di Roma? Sappiamo che una parte dei coloni di Sibari, madrepatria di Posidonia, veniva da Trezene, città della Grecia che era l’unica dove si venerasse una misteriosa dea. Damia ( e “Damia” è uno dei nomi segreti della “Bona Dea”). L’origine pestana del culto romano è sottolineata, in epoca augustea, dal fatto che Paestum, nel valersi del prezioso privilegio di battere moneta propria, ha effigiato sui propri conii la testa della divinità con il nome di “Bona Dea” accanto. Sappiamo che i serpenti giocavano un ruolo importante nel culto di quella dea e che molte iscrizioni recano notizie di guarigioni miracolose. Cfr. Pennino L., Paestum e Velia oggi e 2500 anni fa Sa 1983 p.76.

[3] Dalla generale distruzione di Capaccio, perpetrata dall’Imperatore Federico II nel 1246 (vedi AMATO A.R., Il Paese delle Sirene cit. p. 86ss) fu risparmiata soltanto la Basilica di S.Maria del Granato, che tuttora sussiste e si conserva alla devozione dei fedeli, ma che a quei tempi si chiamava S.Maria Maggiore. Il grande interesse della statua della Vergine in essa venerata sta nel fatto che essa ripete atteggiamenti e sembianze di quella Giunona Argiva in onore della quale fu fondato l’Heraion di foce Sele Scoperto solo nel 1934 dopo lunghe e pazienti ricerche. Cfr. AMATO A.R., Il Paese delle Sirene cit. p.28 nota 56 e p.42 nota 110. La sacra immagine venerata nel tempio cristiano ripeteva, le sembianze e l’atteggiamento di quella pagana venerata nell’Heraion pestano . Difatti tanto la dea pagana che la Vergine cristiana avevano in braccio un bambino e nella mano destra una melagrana. L’icona di questa Madonna non è più quella originale. Essa era un magnifico esemplare di arte antica in legno dorato; ma oggi non esiste più se non in copia, perché molti anni addietro, e precisamente nel 1915, quella statua fu ridotta in cenere da un incendio che si sviluppò nella chiesa, e fu il Rettore del santuario di quel tempo, Mons. D. Giovanni Guazzo che provvide a farne ricostruire una nuova, riproducente quella distrutta dalle fiamme. Cfr. Visconti P., Paesaggi Salernitani Na 1954. 

[4] Cfr. Pennino L., cit. p. 67.