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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato

Capitolo I   Mondo greco e romano 

L’esodo - Le donne e i riti orfici - I riti dionisiaci  - Le superstizioni  -  La saggezza  -  L’aldilà  -  La cultura
Agonismogiocosvaghi  -  Il lavoro e la casa  -  La schiavitù  -  La nutrizione  -  La medicina  -  Uele e la Scuola Uelete
Sotto i nostri piedi Il Tesoro di Alarico


Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle
Capitolo III i Porti
 - Porto di Paestum - Porto di S.Marco di Castellabate  -  Porto del Fico (Pioppi)  -  Porto di Palinuro
Leggende: Ermigarda la bella Araba del Tresino

 

.     Il lavoro e la casa

 

Un argomento del quale sappiamo poco, è la retribuzione del lavoro nell’antichità.

La paga media di un artigiano era di circa una dracma al giorno facevano eccezione  gli artisti (architetti, scultori, pittori), che potevano ricevere compensi  eccezionali.

Calcolando dunque un guadagno di circa 300 dracme l’anno (perché  vanno tolti i giorni non lavorativi), a quale reddito del nostro ambiente si potrebbe paragonare?

L’oscillazione dei prezzi attraverso il tempo, spesso assai forte, non consente una risposta precisa. Si possono, tuttavia, indicare alcuni prezzi come base di confronto.

Il grano costava 6 dracme e mezza la misura,una famiglia spendeva, ogni anno, 90-100 dracme. Un capo di bestiame costava da 50 a 70 dracme, una capra circa 10; non sappiamo il costo della carne macellata, ma se ne mangiava assai poca.

Quanto all’arredo, abbiamo le seguenti indicazioni ( non conosciamo la qualità della materia prima), una seggiola 2 dracme, una tavola 4 dracme, un letto da 6 a 8 dracme.

Uno schiavo arrivava a costare 360 dracme, se era un artigiano esperto, e dunque superava il guadagno medio di un anno; ma se era un ragazzo inesperto, bastavano 50 dracme, meno del costo di una pecora![1]

L’editto di Diocleziano del 301 d.C., fissa i limiti massimi utili a formarsi un’idea comparativa. Pastori e agricoltori raggiungono i 20-25 denari al giorno. Un buon tessitore sale a 40, altre categorie vanno dai 50 ai 60. Ma ecco, di nuovo, il privilegio degli artisti, o meglio di alcuni di essi, da 75 a 150 denari! Vediamo il confronto coi prezzi: un paio di calzari da uomo costa due giorni e mezzo di lavoro, uno da donna un giorno; una tunica da quattro a otto giorni; una quantità di grano bastante per tre settimane costa la paga di un giorno; altrettanto serve a comprare due polli o cinquanta uova.

Ma il discorso è molto approssimativo; comunque, le condizioni di vita odierne sono di gran lunga migliori, per chi lavora, rispetto a quelle dell’antichità.

La casa del ricco ha molte comodità. C’è il triclinio che è la sala da pranzo, con tre o quattro divani su cui si stendono i commensali. C’è il tablino , una stanza dove si riceve, e il peristilio che è una zona coperta per passeggiare.

Chi ha soldi fa dipingere affreschi e decorare i pavimenti con festosi mosaici.

Quasi sempre nell’ingresso della casa v’è un mosaico che raffigura un cane, con la scritta <<cave canem>> (attenti al cane).

Ben diversa è l’abitazione dei poveri che stanno in casamenti cadenti, su vicoli stretti, senz’acqua né impianti igienici e con bracieri a carbonella per riscaldarsi.

La camera da letto si compone di uno o due giacigli e di uno sgabello[2].

Il cilentano che viveva in campagna aveva un vantaggio sul cittadino: poteva produrre e fabbricare tutto quello di cui aveva bisogno.

Provvedeva al mantenimento della sua famiglia, forgiava alcuni dei suoi utensili, mentre la moglie filava la lana di pecora e la tesseva.

Egli doveva però acquistare dagli artigiani, esattamente come il cittadino, tutti gli oggetti che richiedevano una lavorazione complessa.

Anche se, i metodi di lavoro utilizzati nei campi di cereali, nelle piantagioni di ulivi e nelle vigne erano molto rudimentali.

La terra veniva sommariamente rivoltata con l’aratro, trainato da buoi.

Dopo la mietitura, effettuata con la falce, le spighe venivano calpestate dagli animali su un’apposita area; poi il grano, caricato nelle ceste, veniva spulato per essere separato dal suo involucro. Infine lo si macinava, sia col pestello in un mortaio, sia con una macina di pietra azionata manualmente.

Intorno alle case erano piantati alberi da frutto, soprattutto fichi, inoltre erano coltivati:  cavoli, agli, lenticchie e cipolle. Tutte le proprietà bene organizzate avevano anche le  arnie.

Si allevavano  montoni, capre e maiali.

Mucche e cavalli erano poco diffusi,  mentre asini e muli erano  utilizzati come animali da soma e da tiro[3]

Non mancavano consistenti produzioni; a Skarius si produceva il garum[4] a Paestum le bellissime e particolari rose[5]che erano oggetto di commercio, il cui mercato d’elezione era Roma[6], unitamente al profumo che da esse si ricava, forse del tipo di quello capuano, di cui abbiamo notizie, soprattutto da Plinio: fatto con olio di oliva e foglie di rose[7].

Questa produzione di rose, ricordata e lodata da Virgilio, Propezio, Ovidio e poi da Columella e Marziale, fa pensare a campagne feconde, a varietà pregiate, a manodopera esperta, e a un commercio specializzato[8].

Nei mercati che di tanto in tanto si svolgevano nel Cilento, si scambiavano e si vendevano  i prodotti della “triade mediterranea”:  grano,  vite e ulivo.

L’olio d’oliva serviva per cucinare, illuminare, curarsi e fabbricare belletti.

Gli ulivi erano così preziosi per la vita di tutti che la loro distruzione da parte di un nemico era considerata un crimine imperdonabile[9].


 

[1] Moscati S., cit. p.303ss.

[2] Biagi E., cit. p.48.

[3] Cfr. Adam J. P. Le Civiltà del Mediterraneo - in Le Conquiste dei popoli antichi - Storia Dell’uomo - p.28 

[4] Vedi appresso.

[5] Per individuare il tipo di rose pestane, tre sono gli elementi di cui si dispone: il colore rosso, il profumo, la caratteristica di fiorire due volte all’anno. Il colore è ricordato da Marziale, poeta del I° secolo d.C. : Paestanis rubeant aemula labra rosis (IV 42,10) del profumo parlano i versi di Propezio, di Ovidio e Marziale - Propezio: vidi ego odorati victura rosaria paesti sub matutino cocta iacere - (Ho visto giovani rosai di Pesto odorosa piegarsi appassiti sotto il soffio dello scirocco mattutino...) - Ovidio: (Calthaque paestanas vincent odore rosas...) Epist. Ex pon., 11-4-28 - (La calendola supererà l’odore delle rose di Paestum) - Marziale V,37,9 : Fragravit ore quod rosarium Paesti,... (Era la bocca profumata come una pianta pestana di rose). La doppia fioritura annuale è testimoniata anzitutto da Virgilio, nelle Georgiche IV,116ss. : Atque equidem, extremo ni iam sub fine laborum... canerem, biferique rosaria paesti... (Se già non fossi al termine del lavoro... canterei i rosai di Paestum che produce due volte all’anno). Cfr. Mello M., - Le rose di Paestum - Estratto da - La Scuola Di Domani -.

[6] - Sic, quacumque vagus gressumque oculosque ferebat, tonsilibus sertis omne rubebat iter. - Marziale IV,80,7 seg. - (Così ovunque vagando (per le vie di Roma) volgesse il passo e gli occhi, tutto il cammino rosseggiava di corone di rose pestane. Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Cfr. Mello M., Archeologia classica e archeologia cristiana nel territorio di Paestum - Estratto dai Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Tip. Pol. Vaticana p.317.

[9] Cfr. Le conquiste dei popoli antichi - La Sorgente - Mi 1987 p.27.