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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato

Capitolo I   Mondo greco e romano 

L’esodo - Le donne e i riti orfici - I riti dionisiaci  - Le superstizioni  -  La saggezza  -  L’aldilà  -  La cultura
Agonismogiocosvaghi  -  Il lavoro e la casa  -  La schiavitù  -  La nutrizione  -  La medicina  -  Uele e la Scuola Uelete
Sotto i nostri piedi Il Tesoro di Alarico


Capitolo II
  Città piccole e grandi
Moio della Civitella -Palinuro - Molpa - Roccagloriosa -Scario - Pixute (Buxentus) - Sapri - Posidonia (Paestum) - Agropoli - Trezene - Vatolla - Erculam o Erculia - Leucosia (Licosa) - Petilia - S.Maria delle Valletelle
Capitolo III i Porti
 - Porto di Paestum - Porto di S.Marco di Castellabate  -  Porto del Fico (Pioppi)  -  Porto di Palinuro
Leggende: Ermigarda la bella Araba del Tresino

L'Esodo dal Capitolo I

Il tratto di costa che va da Paestum a Policastro è uno dei più belli della nostra penisola: golfi e promontori si alternano ad ampie spiagge, mentre i monti nell’interno assumono forme curiose e bizzarre di becchi di falco , cupole , piramidi.

Da questi ultimi scendono al mare grandi fiumare, che d’inverno, hanno acque impetuose e torbide mentre d’estate si riducono a rigagnoli che corrono tra bianche pietraie dove crescono i lentischi e gli oleandri.

Diversi paesi del nostro Cilento[1] (parte dell’originaria Lucania)[2], soprattutto quelli interni , sono poveri ed economicamente depressi.

Nel dopoguerra gli abitanti li hanno abbandonati, emigrando nel Nord d’Italia o all’estero;  ora restano le loro case ancora intatte e silenziose, come le tombe di un cimitero. Eppure venticinque secoli fa, questa terra era l’America dei Greci che realizzarono un benessere  economico e culturale che difficilmente si ripeterà.

Quell’America ebbe il nome di Magna Grecia[3], come a distinguerla dall’altra Grecia, che a paragone sembrava piccola; e la sua civiltà funse da cardine per tutto il mondo occidentale e oltre.

Oggi molte località costiere come Velia, Paestum, Agropoli,  Trezene e Leucosia, conservano i nomi, anche se leggermente mutati, delle antiche città magnogreche; nonostante alcune di esse, con i loro edifici, i loro templi, le loro opere d’arte, siano sottoterra o in fondo al mare.

Gli scavi archeologici, condotti in queste località, hanno portato alla luce resti di costruzioni, tombe, monete; e di tanto in tanto, un contadino col trattore o un pescatore subacqueo a caccia di cernie scoprono residui di abitazioni o relitti di navi romane[4].

Solo queste scoperte, bastano per darci un’idea della grandezza e magnificenza di quel mondo nel quale risiedono le nostre radici culturali.

Cercarlo e conoscerlo è come cercare e conoscere noi stessi nella fase iniziale del nostro sviluppo spirituale.

Di Sibari[5] ci parlano ottanta autori, ma fino a una sessantina di anni fa la città fu come l’Araba Fenice: tutti sapevano che era esistita, ma nessuno riusciva a trovarla.

Le ricerche iniziate nel 1879 dall’ingegner Saverio Cavallari vennero proseguite dal professor Viola e da Edoardo Galli, ma fu il conte Umberto Zanotti-Bianco[6]a scoprire il sito della città antica, nel 1932, scavando nella località Parco del Cavallo[7].

Nel 1969, sotto la direzione del professor Giuseppe Fotie con la partecipazione dell’università di Pennsylvania e della fondazione Lerici, grazie all’impiego di sofisticate attrezzature, alcune delle quali erano state costruite per i satelliti artificiali, si riuscì ad individuare il perimetro della maestosa città, sotto la pianura del Crati, a un chilometro e mezzo dal mare.

Gli scavi hanno portato alla luce mura di ambienti e templi, colonne rotte, vasi, anfore e monete.

Ma chissà, quali immensi tesori sono ancora nel fango delle acque del Crati, il cui corso fu deviato dai crotoniati per sommergere la città rivale e cancellarla dalla faccia della terra!

L'Esodo pag.2
 

[1] Dal confine naturale di Agropoli quale è il fiume Solofrone fino all’Alento era il vero originario Cilento. Oggi si intende la subregione montuosa che si protende come una penisola tra i golfi di Salerno e di Policastro ed è limitata a nord dall’Alburno a est dal Vallo Diano e comprende 70 comuni 162 paesi e una superficie di 2161,55 kmq. Per secoli (dal 1677) se ne fatto derivare il nome, ricorrendo alla locuzione latina cis Alentum, che alludeva a una terra posta appunto “al di qua dell’Alento”, quantunque il fiume non ne segni più il confine. Gli scrittori moderni considerano tale versione sicuramente errata e da abbandonare per sempre con la massima determinazione; da prendere in considerazione sono invece derivazioni preromane, riferite con molta probabilità, ad un centro abitato fortificato posto sul Monte Stella. - Si veda: Aversano E. in Storia delle Terre del Cilento Antico -1989 p.27 , La Campania paese per paese vol: I fasc.18 p.364. e Capano A., in “Il Cilento” periodico, giugno 1982. - Il Cilento fu nell’antichità abitato dai Lucani, salvo alcuni punti della costa dove si stabilirono colonie greche. Il nome Cilento compare già nel 994, fu dato dai benedettini, che vi eressero chiese e monasteri, divenuti centri di abitati.   

“Recarsi nel Cilento, scrive il grande scrittore Domenico Rea, significa sempre compiere un doppio viaggio: spirituale e terrestre. Terrestre nel vero senso della parola perché il Cilento rispetto a tanti luoghi italiani è, a suo modo, vergine e sconosciuto, sia come territorio, perché le sue cose sono scarsamente pubblicizzate, sia spirituale, perché tutto porta verso il mito..”.

[2] L’antica Lucania comprendeva l’odierna Basilicata, il territorio settentrionale dell’attuale provincia di Cosenza nonché una parte di quella di Salerno, tra i fiumi Sele e Laino. - L’interno era occupato dai lucani, le coste dai greci.

[3]O grande Ellade, era chiamata così proprio dagli stessi Greci, mentre i Latini la chiamavano Grecia Maggiore o Grecia Massima. Scimno di Chio, Strabone, Ateneo e Delisle catalogarono le ragioni etimologiche di molte località, riferendole alla Magna Grecia e trovarono che i Greci del nostro paese per essersi estesi molto e saliti a straordinaria floridezza in breve tempo, dettero origine a nuovi e più diffusi agglomerati urbani. Quindi “Magna” perché era più grande della Grecia propriamente detta, cioè la parte Orientale dell’Ellade. I padri scrittori della Chiesa non aderiscono a tale ipotesi ma accettano la tesi di Porfidio, di Giamblico e di Sinesio che sostengono la denominazione “Magna” come effetto della qualificata presenza della Scuola Filosofica di Pitagora. Cfr. Materazzo G., B.M.G. Matera 1994 rip. in Il Maestrale del Sud 2/9/1996.

[4] Una nave oneraria romana, che per il tipo di anfore trasportate, si può datare al I sec. A.C., è stata  ritrovata il 5 luglio 1988,  a circa tre miglia dalla riva, nei pressi di Punta Licosa. Dopo le prime sommarie esplorazioni, nel 1990 è stata effettuata una campagna di studi con misurazioni e posizionamento. L’esigua profondità, 30 metri circa, e la limpidezza dell’acqua, hanno facilitato l’opera dei subacquei che hanno potuto così capire che la nave, di circa 20 metri, era affondata subito, senza disperdere il carico, mentre aveva la prua su Capo Palinuro.  Con il recupero di ben 56 anfore che hanno dato luogo ad un primo finanziamento di 80 milioni stanziati dalla Soprintendenza ai BB.AA. di Salerno, è iniziata, nel settembre del 1992, una delle più interessanti operazioni di recupero sottomarino che interessano la costa cilentana. E’ una delle testimonianze storiche più significative per la lettura delle radici del Cilento. I reperti, oltre alle anfore, consistono in alcuni resti della struttura dell’imbarcazione, in particolare l’ancora e i tubi di piombo della sentina. Si veda: Il Maestrale Ottavo 10/92 e Antiquarium Luca Cianfarani - Opuscolo - Tip. F. Piccirillo S.Maria di Castellabate Agosto 1995.   

[5] La città della Magna Grecia più nota, chiacchierata e anche calunniata fu Sibari da cui è derivato il termine “sibarita” sinonimo di “raffinatezza”, “molle”, “opulento”.

[6] Già scopritore di Hera Argiva presso Foce Sele - Vedi Amato A.R. Il Paese delle Sirene ecc. cit. p.42 nota 110.

[7] Cfr. Gullace G., In Due Mondi, quotidiano statunitense anno 1983 p.8ss

 

 

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