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Storie e
cultura del Cilento - "Il Cilento Antico"
di Angelo Raffaele
Amato |
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Anche della città di Pompei si era perduta ogni traccia; infatti quando nel 1738 ebbero inizio gli scavi ufficiali ad Ercolano, di Pompei esistevano solo notizie vaghe e nebulose, essendosi persa la cognizione precisa dell’ubicazione. Per quanto i culmini degli edifici più alti fossero rimasti ancora a vista, posteriormente all’eruzione del 79 d.C., su di essi nei secoli si era però riformato lo strato di humus e nel ‘700 colture agricole fiorivano sul luogo. Infatti, su tutta l’area dell’antica città vi erano vigneti, pioppi e piantagioni di lupini; gli agricoltori avevano utilizzato i materiali lapidei romani, usciti a profusione durante i lavori di dissodamento, nella costruzione delle loro case e di muretti a secco di confine tra le proprietà[1] . Prima dell’arrivo dei colonizzatori greci la Lucania, di cui l’attuale territorio del Cilento faceva parte, era abitata da un mosaico di popolazioni: Ausoni, Enotri, Itali, Siculi, Coi, Messapi, Japigi, e vivevano di pastorizia, agricoltura e pesca. Avventurieri e mercanti greci erano approdati sulla nostra penisola più di mille anni a.C. e, tornando in patria avevano diffuso racconti e descrizioni di posti citati, in seguito, nell’Odissea, ma le spedizioni in massa per fondare delle colonie cominciarono solo verso la fine dell’ottavo secolo. I Greci emigravano verso le nostre terre, per motivi politici, demografici, spirito di avventura, forse anche stimolati dai racconti omerici; ma il motivo fondamentale della loro emigrazione fu il desiderio di fare fortuna lontano dalla patria. La parte meridionale della nostra penisola rappresentava una terra di grandi opportunità, con un suolo fertile, grandi boschi, molta selvaggina (un gruppo di achei, sbarcato sulla spiaggia di Crotone e terrorizzato da un rombo cupo che udiva nell’aria, si accorse, con grande sorpresa, che esso veniva prodotto dalle ali di uno stormo di pernici in volo). Valeva, dunque, la pena di sfidare mostri e sirene, insidie umane e divine come quelle ammannite da Omero, pur di giungere sulle nostre coste e fondarvi delle colonie. La maggior parte delle spedizioni venivano organizzate col patrocinio delle città-stato. Il viaggio con le triremi durava da una a due settimane e si navigava il più possibile in vista della terra, per cercare rifugio in caso di pericolo. L’ordine degli sbarchi greci e delle fondazioni di città nel Cilento è un po’ incerto. La cronologia è resa più complicata dal fatto che gli abitanti di molte città o cittadelle si inventavano antenati illustri cercandoli di preferenza nell’almanacco degli eroi troiani. La storia era quasi sempre la stessa: l’eroe, tornando da Troia, era stato sbattuto da una tempesta sulla costa italiana e qui aveva fondato questa o quella città. E’ il caso di “Palinuro” il timoniere di Enea che, mentre viaggiava per le coste del Lazio con la flotta troiana, proveniente dalla Libia, venne soggiogato dal dio del sonno, Morfeo, caduto in mare, fu trascinato dalle onde ai piedi della rupe che porta il suo nome[2].
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Hotel Costa d'Oro |
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