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Il Cilento Antico, Storia e Cultura del Cilento, Città piccole e grandi come Paestum, Agropoli, Castellabate, Palinuro |
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Storie e
cultura del Cilento - "Il Cilento Antico"
di Angelo Raffaele
Amato
Capitolo III i Porti
Erculam o Erculia (S.Marco di Castellabate)
Sull’antico tratto di strada litoranea, in parte ancora riconoscibile, che collegava Paestum a Velia si conosce una sola -STATIO - ERCULAM o ERCULIA erroneamente identificata a nord di Agropoli[1] e non, come più probabile, nel sito di S.Marco di Castellabate. L’ipotesi che questa STATIO possa essere ubicata in quest’ultima località dove è documentata l’esistenza di un VICUS di età imperiale trova larga conferma nelle recenti esplorazioni archeologiche condotte da Antonella Fiammenghi, infatti la fisionomia e l’entità del sito in età imperiale si delineano con chiarezza[2] grazie anche alle numerose iscrizioni che parlano di una base navale di appoggio alla flotta imperiale misenate[3] tra il I e II sec. d. C. Infatti, l’attestazione epigrafica di triarchi o, comunque, di personaggi in qualche modo collegati con la citata flotta, avvalorata da alcune sepolture di soldati, identificati grazie ai tanti piccoli chiodi di ferro, in corrispondenza dei piedi, pertinenti le calzature, di tipo militare e, la presenza del bacino portuale, ci consentono di connotare il sito come una vera e propria base militare, scalo di approvvigionamento o comunque di appoggio per la flotta imperiale[4]. Per il Vicus di Erculia, si può immaginare un modesto processo di urbanizzazione legato allo stanziamento dei militari della flotta romana e dunque alle attività della cantieristica navale[5]; legata, ovviamente, ai fabri navales, cioè ai carpentieri navali , ai sorveglianti, agli addetti ai depositi di strumenti, utilizzati durante la navigazione, come le pompe per svuotare la sentina o la stiva quando la nave faceva acqua, e al personale incaricato al carico o allo scarico delle navi sia civili che militari. Dopo quando detto, appare evidente che resti monumentali di tale portata vanno necessariamente collegati ad un centro abitato, urbanisticamente ancora ignoti, anche se, ipoteticamente, da ubicare e ricercarsi a ridosso del porto stesso, dove ci sono tracce di tubature fittili, ma che comincia ora a riconoscersi attraverso la lettura delle testimonianze restituite dalla necropoli ad esso pertinente[6]. Va inoltre considerato che, alla luce delle conoscenze finora acquisite, non esistono lungo il litorale Paestum-Velia, testimonianze archeologiche così cospicue da far ipotizzare l’esistenza di un vero e proprio centro antico e che diverse fonti letterarie collocano, nel Medioevo, un piccolo borgo marinaro con l’annesso monastero, documentato fin dal 980, con il titolo di S.Maria de Gulia che potrebbe essere “la trasposizione tarda dell’originario nome di Erculia”[7]. Anche le località di Franco e Giungatelle, poco distanti da S. Marco, sono interessanti dal punto di vista archeologico. L’area è caratterizzata dalla presenza di materiali archeologici affioranti che consentono di ipotizzare un’occupazione da parte di un piccolo nucleo rurale nel pieno III secolo a.C.; sono da segnalare infatti alcuni frammenti a vernice nera e molte tegole frammentate a bordi piatti[8]. [1]I resti di età romana rinvenuti nel corso degli anni ‘70 lungo il litorale di S. Marco di Agropoli, potrebbero riferirsi ad un complesso marittimo, forse una villa, piuttosto che un vero e proprio centro abitato. Cfr. Fiammenghi A., in Archeologia e Territorio ecc. cit. p.133 n. 34. [2]Oltre ai resti del porto romano e della vasta necropoli la cui bonifica di un solo lembo ha dato 151 sepolture, va segnalata, a ridosso del porto, lungo una sezione praticata da uno sbancamento, una stratigrafia antica con tracce di tubature fittili . Ibidem. [3]Nel primo secolo d.C. le basi navali romane erano due Ravenna e Miseno. La flotta imperiale di stanza a Miseno era al comando ,del grande scienziato romano, Plinio il Vecchio. Su nove quadriremi, otto portavano il nome di divinità e la nona aveva comunque un nome molto simbolico, il nome di una vittoria imperiale, Dacicus. Chapot V., La Flotte de Misène, Parigi 1896, pp. 98-100 in Jean Rougè, La navigazione antica Erre emme, giugno 1990. [4]Tale ipotesi appare peraltro supportata dal rinvenimento, negli anni ‘60, nello specchio d’acqua tra il porticciolo di S. Marco e Punta Licosa, di un gruppo di ceppi di ancore in piombo, datati tra la metà del I e la metà del II sec. d.C., di cui ben dieci conservano in rilievo la sigla TER che, se sciolta come TRIE (triris), andrebbe ad indicare il tipo di nave, dunque una trireme, cui essi erano destinati. D’altro canto l’Autore stesso che ha curato l’edizione filologica di questi ceppi ipotizza la connessione di essi con navi militari ...” ad esempio della flotta di Miseno...” quale probabile spiegazione al mancato rinvenimento dei carichi.- P.A. Gianfrotta, Un ceppo di C Aquilio Proculo tra i rinvenimenti sottomarini a Punta Licosa nel Cilento, in “RSL”, XL 1974 pp. 73-108 rip. da Archeologia e territorio cit. p.130. [5]Cfr. Greco G. ibidem pp.11e34. [6]Cfr. Fiammenghi A., cit.130. [7]Ibidem p.131. [8]Cfr. Archeologia e Territorio cit p.76.
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