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Storie e cultura del Cilento - "Il Cilento Antico" di Angelo Raffaele Amato Capitolo I Mondo greco e romano
L’esodo -
Le
donne e i riti orfici - I riti dionisiaci -
Le superstizioni
- La saggezza -
L’aldilà - La cultura
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IL TESORO DI ALARICO
Verso la fine del II secolo d.C., nell’Impero romano, cominciarono a farsi sentire le prime avvisaglie di una pericolosa decadenza che esplose nel III secolo manifestandosi a vari livelli: crisi morale e religiosa, determinata dal conflitto fra paganesimo e cristianesimo, anarchia militare, che causò la successione di imperatori eletti e abbattuti secondo il favore delle milizie; pressione dei popoli barbari ai confini che finiscono col dilagare con forze inarrestabili in tutte le parti dell’Impero. Tra i barbari i primi invasori furono i Visigoti, tribù di Goti. Partirono dalle regioni del Danubio guidati dall’inesorabile Re Alarico con l’intento di marciare contro Roma e distruggerla. Infatti, mette a soqquadro l’impero romano e saccheggia la Grecia; negozia con Bisanzio per ottenere i mezzi e combattere contro l’impero romano d’occidente perfettamente armato . Nel 401 attraversa la Dalmazia e dilaga nella pianura veneta, poi in quella padana, fino a Milano. In Italia come padrone ripiega verso Genova tallonato da Stilicone[1] che sconfigge sull’Adige (Verona, 403), deve ritirarsi nella provincia romana del Norico. Stilicone aveva anche il compito di vegliare sull’Imperatore Onorio[2], ancora adolescente (11 anni), affidatogli dal padre Teodosio nel 395 [3]- Onorio che era un inetto[4] invidioso del successo che otteneva il suocero, Stilicone, lo accusò, data la sua origine barbarica, di tradimento e lo fece giustiziare a Ravenna ( dal 403 sede dell’impero romano d’occidente)[5] <<Questo barbaro fu uno degli ultimi condottieri dell’impero che seppero morire da romani. La sua testa rotolò nella polvere il 23 Agosto 408>>[6]. Onorio, l’imperatore, aveva sposato le figlie di Silicone, l’una dopo l’altra, e quando leggiamo che esse, tutte due, rimasero vergini, non possiamo non pensare al loro marito come a uno strano maschio. Subito dopo Alarico ricompare nell’Italia nordorientale, a tutti viene il desiderio di disseppellire Stilicone: Ma non c’è crisma o acqua santa che possa resuscitarlo, e i generali che Olimpio mette in tutta fretta a capo delle legioni fanno soltanto solletico ad Alarico. Non aspetta neppure che il cognato Ataulfo[7] gli invii i popoli di rinforzo dal nord della Pannonia: per i vigliacchi del calibro di un Olimpio gli bastano i propri uomini. Da Aquileia risale il corso del Po, poi punta verso meridione: nessuna resistenza, scarsissima dai castelli prospicienti la strada. Soltanto Ravenna, ben nascosta tra paludi, viene risparmiata da Alarico: più per timore della febbre da cui non potrebbe difendere l’esercito che per l’effettiva impossibilità di domare la città[8]. Verso la fine dell’anno 408 l’orda di Alarico giunge alle porte di Roma che da 800 anni non conosce assedio. Molte decine di migliaia di uomini, non romani, che già hanno parteggiato per Stilicone, si uniscono ad Alarico, che si presenta come una figura in grado di difendere efficacemente i loro interessi.[9] Alarico non vuole distruggere la città, ma solo imporre la sua volontà e far bottino. Non lo spaventano né la maestà e il prestigio dell’Urbe, né gli ammonimenti di molti che gli rammentano la passata potenza romana. Dicesi, anzi, che rispondesse:<< Contro la mia volontà sono spinto a questa impresa: una forza irresistibile mi trascina e mi grida: muovi contro Roma e distruggila!>>.[10] Zosimo, storico contemporaneo, le cui notizie sono generalmente precise ed attendibili scrive: << Giunto che fu Alarico nei pressi di Roma, si chiuse a cerchio intorno a tutte le porte e, impossessatosi del fiume Tevere, impedì che le vettovaglie dal porto (cioè Ostia) arrivassero alla città. Quando i romani videro ciò, decisero di resistere, poiché erano in attesa che, per così dire, da un momento all’altro giungessero aiuti da Ravenna. Poiché però nessuno venne e le loro speranze andarono deluse, decisero di ridurre a metà il grano quotidianamente usato per sostentarsi; poi, quando le scorte ancor più si assottigliarono , ne cossero soltanto la terza parte. E non essendoci più alcun rimedio alla sventura né più trovando nulla da mangiare, la peste, come sempre, seguì alla gran fame, e tutto era coperto di cadaveri.[11] Quando le privazioni, continua Zosimo, divennero insopportabili ed ebbero fatto tutti i tentativi possibili, e nacque la paura che arrivassero a divorarsi l’un l’altro, per quanto esecrabile ciò possa sembrare agli esseri umani, decisero di inviare ambasciatori al nemico, che gli facessero presente la loro disponibilità a concludere la pace, purché le condizioni fossero ragionevoli, ma di essere ancor più disposti a guerreggiare: il popolo romano, dissero i diplomatici, ha preso le armi è si è esercitato a dovere e non esiterà a muover guerra>>[12]. Ma Alarico, accampato a due passi da Roma, quando ebbe ascoltato e capito che il popolo aveva preso le armi ed era pronto a far guerra, rispose in maniera così chiara che le parole degli storici si assomigliano tutte[13]: << l’erba folta di falcia meglio>>. Pronunciato queste parole scoppiò a ridere in faccia agli ambasciatori. Quando però essi cominciarono a parlare delle condizioni in base alle quali trattare la pace, egli usò espressioni che superarono tutta la precedente arroganza dei barbari. << Non lascerò l’assedio, dichiarò, finché non avrò in mano tutto l’oro e l’argento che la città contiene, finché tutti i beni mobili e gli schiavi barbari non saranno miei>>. E allorché i membri dell’ambasceria, Basilio e Giovanni, domandarono mortificati che cosa poi rimanesse ai romani, Alarico rispose minaccioso : la vita!..[14]. In seguito il Re dei Visigoti si dimostrò più tollerante. Accettò 5.000 libbre[15] d’oro, 30.000 d’argento, 4.000 vesti di seta, 3000 pelli lavorate e tinte e 3000 libbre di spezie. Ben 40.000 schiavi vennero liberati. Per completare il tributo (scrive Zosimo) si resero necessari i gioielli delle divine statue e la fusione di alcune statue d’oro o d’argento. Una di esse fu quella del coraggio e del valore, che i romani chiamavano Virtus. Distrutta che fu, valore e coraggio vennero a mancare, scomparve quel poco che di essi ai romani era rimasto, così come avevano previsto coloro che non s’erano dimenticati delle tradizioni dei padri. Pingue di bottino, Alarico si ritira: dapprima verso la Tuscia (l’odierna Toscana), ma subito comincia a negoziare con Onorio, forte del potere di far divorare Roma dalle fiamme e di deportarne gli abitanti o di ucciderli. Vuole diventare il massimo condottiero dell’esercito romano. Strano ma vero: l’imperatore resiste. La fazione antigermanica che lo attornia ha abbattuto Stilicone e non vuole che Alarico ne prenda il posto alla testa delle armate romane, perché il condottiero dei Goti è proprio questo che pretende, oltre alla sovranità sulle Venezie e sul Norico. Il rifiuto è globale; si decide di non scendere più a patti coi barbari.[16] Alarico imperversa in Italia fino al 410, appoggia un antimperatore (Attalo)[17], si fa nominare comandante in capo dell’esercito romano e con le truppe imperiali e i suoi Goti assedia Ravenna; torna a negoziare con Onorio, senza risultato; volge le armi contro Roma e ne ordina il sacco. << I Goti e gli Unni s’accamparono sulle alture a due passi da Roma: re Alarico aveva loro promesso il saccheggio. In territorio vaticano i guerrieri barbari vedevano la basilica di San Pietro; più oltre, sulla sponda del Tevere, San Paolo; i capitani dissero loro che, tranne l’oro e l’argento di cui quei templi erano colmi, avrebbero potuto far man bassa su tutto ciò che di valore le mura aureliane racchiudevano,>> così scrive Gregorovius,[18] il grande storico della Roma medievale, il cui destino comincia appunto con quell’invasione << I loro avidi occhi guardano le meraviglie architettoniche, uno sterminato universo di palazzi e di vie, da cui emergono alti gli obelischi, le colonne sormontate da statue dorate; vedono lunghe teorie di templi maestosi, teatri e circhi in poderose curve, terme dagli ombrosi portici o dalle ampie cupole tronche lucenti sotto il sole, giganteschi palazzi dell’aristocrazia, che sembrano ricche città nella città; sanno che le signorili stanze sono piene di gioielli e di romane prosperose. Gli irsuti Sarmati nell’esercito di Alarico, avvolti in pelli d’animali, armati d’arco e di faretra, e i forti goti con le corazze metalliche, rudi figli della natura, guerrieri migratori, non riuscivano a capacitarsi di tanto splendore d’arte; oscuramente sentivano soltanto che in Roma avrebbero potuto immergersi in uno spettacolare bagno di libidine; sapevano che i romani o erano diventati crapuloni smidollati o monacali asceti. >>[19] Alarico istituì il suo quartier generale a Porta Salaria, dove le mura parevano più deboli. I Romani, racconta lo storico Procopio, un tempo famosi per le loro virtù militari, per il loro coraggio e per la capacità di risolvere situazioni apparentemente senza via d’uscita, non fecero nemmeno un tentativo per rompere l’accerchiamento. Forse, perché sapevano di dover combattere contro un nemico forte e maestoso. In effetti, i barbari erano di un bel pezzo più alti dei romani, che raramente superavano 1,55 metri, mentre numerosi reperti funerari hanno dimostrato che i Germani raggiungevano in media l’altezza di 1,70 metri.[20] Molti abitanti ricordavano ancora il terribile inverno del 408-409, in cui Alarico aveva ridotto alla fame la città e inorridivano al solo pensiero di dover ripetere l’esperienza; piuttosto avrebbero preferito spalancare le porte ai Visigoti.[21] Il 24 Agosto del 410, in segreto, i goti furono fatti entrare; forse - come dice Procopio - erano trecento giovani guerrieri scelti tra i migliori: diedero fuoco alle case vicine alla porta dove era acquartierato il comando, distraendo così i difensori, seminando confusione e consentendo agli assedianti di penetrare in città[22]. Per tre giorni la città è nelle loro mani. Tutto ciò che a quegli uomini famelici può far gola, oro argento, spezie, tessuti preziosi, viene razziato selvaggiamente. Alcuni edifici vengono incendiati e parzialmente distrutti[23]. Alarico, però, punisce con la morte chi oltraggia i romani e violenta le donne. Per fortuna la Città Eterna non fu totalmente distrutta a causa della superstizione di quei barbari che, assaliti da paure per la religione,[24] si astennero dal profanare ed incendiare chiese.[25] L’evento fece enorme impressione e non pochi attribuirono la caduta di Roma alla vendetta degli dei per il diffondersi del cristianesimo. Sant’Agostino replicò a tali accuse con la sua De Civitate Dei.[26] Il conquistatore, del quale dopo la caduta della città non sappiamo più nulla, è con le sue truppe sulla direttrice di marcia che lo conduce nel meridione d’Italia. Porta con sé la bella Galla Placidia[27] sorellastra dell’imperatore Onorio. Investita da questi barbari, che al loro passaggio eliminano ogni forma di civiltà e di cultura (che suonano offesa alla loro ignoranza), il Cilento[28] è saccheggiato e vengono completamente cancellati numerosi segni della civiltà e del sapere[29], che avevano preso piede circa nove secoli prima[30]. L’estate sprigiona le ultime calure. Stracarico del bottino di Roma, l’esercito di Alarico avrebbe certamente preferito ritornare in patria, con sede fissa nel Norico[31]. I soldati non vedevano l’ora di ornare con i monili il collo delle loro donne, di riposare in famiglia. Ma la pace non c’era ancora; a Ravenna era ancora annidato un giovanotto che giocava con tutto e con tutti e che così facendo dimenticava la realtà. Costui aveva chiamato la propria gallina preferita col nome della città eterna. Quando gli dissero che Roma era caduta,<<O mio imperatore Roma è morta>> rispose - << Come è morta Roma se fino a poco fa beccava nelle mie mani>> e si mise a piangere, convinto che avessero tirato il collo allo schiamazzante pennuto. Sembra che lo scopo di Alarico fosse di passare in Sicilia e in Africa, grande produttrice di frumento, ch’egli credeva necessaria occupare per essere poi padrone in Italia. Secondo alcuni autori, “Alarico penetrò in Campania, di qui proseguì per la Calabria, e si diresse verso Reggio[32]” “ proseguì poi per la Sicilia dove non riuscì ad ottenere le terre ricche e fertili, indispensabili per i suoi guerrieri. Dalla presa di Roma aveva riportato un enorme bottino di guerra e numerosi prigionieri, ma neppure un sacco di grano. L’Africa, il granaio di Roma, gli era stata preclusa, perché una tempesta aveva distrutto la sua flotta. Alarico si trovava in marcia verso la Campania e la Gallia Cisalpina, ove avrebbe ottenuto nuove forze, quando la morte lo colse a Cosenza”.[33] Ai nostri giorni questa narrazione fantastica non è più accettata. Si ritiene infatti che Alarico, poche settimane dopo aver lasciata la città eterna, muore: colpito da una febbre violenta, o come più probabile, avvelenato da Gallia Placidia, la perla più splendente del bottino. Nessuno lo saprà mai. Questa, ha circa vent’anni quando viene fatta prigioniera dai barbari di Alarico con altre migliaia di persone: ovviamente è riconosciuta per il suo fascino e per il portamento principesco, tanto che Alarico non rimane indifferente. Infatti, la conduce con se nella sua, ultima, cavalcata verso Brindisi[34] e si ripropone di tornare a lei alla fine delle proprie conquiste. Galla Placidia, invece, è innamorata del cognato di Alarico, il giovane Ataulfo, che è quasi suo coetaneo, così dissimile dagli altri barbari, che intende sposarla,[35] nonostante, su di lei, incombe la minaccia di Alarico. Il caso vuole che il Re dei Visigoti, durante la marcia che dovrà portarlo in Sicilia, cessa di vivere . A nessuno viene in mente che il grande Re che s’era impossessato della bella Galla Placidia era morto subito dopo? Lo seppelliscono in tenuta di guerra con il suo cavallo[36]e forse con gran parte del suo tesoro, nel letto del Bus(s)ento[37], “le cui acque, deviate per un breve istante, scorrono eternamente sulla tomba del conquistatore di Roma”[38]. Secondo la mia modesta opinione, Ataulfo (successore di Alarico) accogliendo la richiesta dei suoi luogotenenti e per meglio nascondere, in attesa di tempi migliori, il grosso tesoro, decide di seppellirlo assieme al suo Re nel greto del fiume non distante dal suo accampamento. Il sepolcro, scavato nel letto del fiume e isolato da pareti di pietra, ospiterà la salma del Re, adagiata sulla carcassa del bianco destriero agghindato e sacrificato per l’occasione, molti forzieri pieni di preziosi, estorti o razziati ai romani e infine verrà chiuso da un massiccio lastrone di pietra che lo isolerà dalle acque del fiume che riprenderanno il corso di prima. Per meglio celare il tesoro, Ataulfo fa uccidere i cittadini romani, fatti prigionieri durante il sacco di Roma, che hanno avuto la sventura di partecipare alla deviazione del fiume e alla realizzazione del sepolcro. Ahi sì presto e da la patria così lungi avrà riposo, mentre ancor bionda per gli omeri va la chioma al poderoso! Sono versi di August von Platen,[39] e forse Alarico i riccioli biondi li aveva davvero, sebbene si stesse probabilmente avvicinando al mezzo secolo di vita (45 o 46 anni li aveva di sicuro, o almeno pare, e comunque - dicono i cronisti in mancanza di notizie più precise - <<li portava benissimo>>). Ataulfo, abbandonò il progetto di spingersi in Africa e intraprese, assieme alla gente che aveva seguito Alarico in questa impresa e ai guerrieri, la via del nord. Nel frattempo, l’imperatore Onorio si dimostrò più aperto alle trattative e lasciò ai Visigoti, perché vi si stabilissero, una vasta zona della Francia sudoccidentale e occidentale, con le città di Bordeaux, Tolosa e Poitiers. Ma anche questa volta la pace fra Romani e Visigoti non durò a lungo. Quando vennero rifiutati i rifornimenti di granaglie, vitali per i Visigoti, le vecchie inimicizie esplosero e la situazione non cambiò per il fatto che Ataulfo avesse sposato nel 414 la sua prigioniera Galla Placidia. Questo legame, inconsueto da un punto di vista giuridico, sottintendeva un progetto politico di legittimazione dei re goti attraverso l’unione con la dinastia imperiale: un figlio di Ataulfo e Galla sarebbe potuto diventare un giorno re dei Visigoti e imperatore di Roma. E’ degno di nota il fatto che Ataulfo diede al figlio, nato nel 414, non già un nome goto, bensì il nome romano di Teodosio: Ma, quali che fossero i progetti di Ataulfo, essi non si realizzarono.[40] Il bambino morì nel 415, pochi mesi dopo la nascita e venne seppellito in una bara d’argento a Barcellona. Dopo quell’evento funesto Ataulfo venne assassinato, per vendetta, da Singerico il quale regnò solo per sette giorni, ma che per Galla furono tremendi. Dopo la morte dell’usurpatore e con l’avvento al trono di Wallia (nuovo usurpatore), Galla Placidia riacquistò un po’ di rispetto, soprattutto perché era la sorellastra di Onorio, e quindi fu prezioso ostaggio nelle sue mani. Il generale romano Costanzo, capì che era arrivato il momento di ricattare le truppe esauste ed affamate di Wallia. Offrì a questi 600.000 moggi di grano con la promessa di dargliene dell’altro, se avesse lasciato libera Gallia e contemporaneamente la Spagna. A liberazione avvenuta, Costanzo chiese ed ottenne la mano di Gallia che accettò mal volentieri. Dalla loro, non felice, unione nacquero due figli: Onoria[41] e il sospirato erede al trono Valentiniano III. Dal momento che Onorio era senza prole, nel 421 decise di prendere Costanzo, che morì nello stesso anno, come suo collega nella conduzione dell’Impero d’Occidente, concedendo a Galla il titolo di Augusta.[42] Benché suo figlio Valentiniano III fosse ancora minorenne, riuscì ad assicurargli l’Impero d’Occidente. Essa stessa, d’accordo con l’imperatore d’Oriente Teodosio II, assunse la reggenza e la tenne fino al 437. Ma anche quando suo figlio fu maggiorenne, tenne in pugno – con grande vantaggio dell’impero - tutte le fila del governo fino alla morte, avvenuta nel 450.[43] Suo figlio era un uomo dedito ad ogni sorta di vizi, superbo e crudele. Nato a Ravenna nel 419, alla morte dello zio Onorio (423) venne designato alla successione. Sposò diciottenne la bellissima Licinia Eudossia (14 anni), figlia di Teodosio II e di Eudocia. Nel 450, gli Unni di Attila si riversarono sull’Impero d’Occidente, ma l’anno seguente furono sconfitti dal generale Ezio ai Campi Catalaunici. La storia si ripete, lo zio Onorio fece uccidere Stilicone, lui stesso, il 21 settembre 454 uccise Ezio a Ravenna. Si formò subito una congiura e Valentiniano III, uscito da Roma (16 marzo 455), fu ucciso da due ex commilitoni di Ezio. Fu sotto il suo Impero che l’Occidente giunse alla sua crisi definitiva.[44] Nel frattempo i Visigoti divennero sedentari e si costituirono nel Regno di Tolosa con cui assunsero forma di stato.[45] Abbattuto poi dagli Arabi quando questi passarono nel 711 dal Marocco nella Spagna.[46] I resti mortali di Alarico non sono mai stati ritrovati. Nel fervore dell’indagine critica, che anima gli studiosi, il compianto Prof. don Luigi Tangredi, studioso di storia, specialmente per quella che riguarda il territorio circoscritto del Golfo di Policastro, elaborò una accreditatissima tesi circa la localizzazione del sepolcro e del tesoro di Re Alarico e la espose in una monografia recante appunto il titolo: “Alarico Re dei Visigoti - La localizzazione del sepolcro e del tesoro”. Il Tangredi avanzò l’idea che la tomba potesse trovarsi nel Bussento di Policastro qui nel Cilento e non nel Busento[47] presso Cosenza e che la mancanza della ( s) era dovuta ai copisti. Tesi, questa molto accreditata negli ambienti storici ed accademici, ma da avvalorare con una campagna di scavi, da condurre non solo nella zona di Policastro, presso il cui fiume fiorì la città di Pixnte[48], ma anche intorno al Mingardo, dove prosperò la città di Molpa[49], detto Pseudo-Bussento per rassomiglianza al predetto fiume. Sulla morte di Alarico scrissero Cassiodoro[50], Giordane[51] e Paolo Diacono[52]. La tomba di Alarico, dunque, corredata da uno dei più vistosi tesori che la storia dell’umanità ricordi, andrebbe ricercata lungo l’intero tratto del Bussento che scorre tra boschetti e oliveti, seguendo la strada che, presumibilmente, stavano percorrendo i Visigoti per dirigersi al Sud, (via Popilia)[53] anche perché le vicine valli del Bussento e del Mingardo offrivano le caratteristiche giuste per lo stanziamento del poderoso esercito[54]. La dott.ssa Flavia Tangredi, nipote dell’autore della citata monografia, in un dibattito a Tortorella, cittadina non distante dal Bussento, riportato da “Cronache del Mezzogiorno” del 20 agosto 1996, difende il lavoro di ricerca svolto anni fa dallo zio, e pertanto “ha confutato la tesi degli storici cosentini riguardante il luogo di sepoltura del Re Alarico”.[55]. Agli inizi degli anni ‘30, Augusto Filomarino[56], citando il Muratori[57], scrive: “... carico di preda si gitta a devastare la Campania; fra cui villaggi e città saccheggia ed incendia Tuoro, Serradarce, Saginara, Lagaria e S.Giorgio e per la Lucania va a ricever sepolcro nel letto del Busento”. In territorio salernitano Alarico devasta ( 410), Eboli [58], Saginara (attuale Contursi)[59] e Teggiano[60] città non distanti dal fiume Bus(s)ento e dalla città omonima[61] fiorente almeno fino alla metà del sesto secolo.[62] A questo punto, mi vien da chiedere: dove sono le fonti, che attestano la presenza di Re Alarico in Calabria? Quali riscontri storici si hanno, sul naufragio che distrusse la maggior parte delle navi della sua flotta d’invasione? Lo scrittore contemporaneo Orosio[63], morto nel 418 d.C., nella sua opera Historiarum adversus paganos[64] ( che si ferma al 417) mentre tace sul naufragio che decimò la flotta di Alarico, ci ragguaglia su quello subito dalla flotta romana, molti secoli prima: <<All’epoca della lunga ostilità tra Roma e Cartagine, nell’anno 253 a.C., durante la prima guerra punica e sotto il consolato di Servilio Cipione e di Sempronio Bleso, la flotta navale romana, di ritorno dall’Africa, subì nelle vicinanze ed in prospettiva del promontorio di Palinuro il più terribile dei naufragi. Le navi di Roma, ascendenti a circa 260 unità, furono scaraventate, dalla furia del vento e dai marosi contro le rocce e gli scogli e ben 150 di esse calarono a picco con tutto il loro carico>>. I racconti di tempeste, di naufragi, di navi sbattute contro le scogliere o arenatesi lungo le coste furono tra i soggetti letterari prediletti dagli scrittori antichi e dal loro pubblico. Perché Orosio non menziona quell’episodio ? Come si può credere che un fatto così importante (una tempesta che distrugge la flotta d’invasione di Alarico)[65] non abbia avuto più vasta risonanza e che nessun’altra fonte ne abbia fatto cenno ? Il grande storico tedesco Hermann Schreiber[66] scrive:<<Alarico, re dei goti, colui che aveva conquistato Roma, progettò di raggiungere con le navi quella che oggi chiamiamo Tunisi, ma morì poche settimane prima di attuare il piano>>.[67] C’è chi afferma che Alarico durante la sua cavalcata con la bella Galla Placidia[68] a <<Potenza s’ammalò gravemente..>>[69] In << tutto domani >>[70] si legge: <<Alarico morì mentre si dirigeva verso la Sicilia e fu sepolto sul greto del fiume Busento, fatto deviare temporaneamente dal suo corso, in modo che il suo corpo fosse per sempre ricoperto da una impenetrabile sepoltura>>. Tutte le vicende che si riferiscono alla morte di Alarico furono narrate da Cassiodoro, ministro di Teodorico, re degli Ostrogoti, (Goti dell’est) e per l’importanza della carica che l’autore rivestiva, meritano ogni credito. Nessuno degli storici successivi, e tra questi Paolo Diacono, sostenne che la zona del sepolcro non fosse Cosenza e dintorni e ciò, probabilmente, perché qualche copista dovette omettere una ‘S’ che trasformò il Bussento in Busento. L’emerito studioso Tangredi autore della citata storia monografica, confortata dalla opinione di alcuni storici cosentini, sostiene che, sebbene non si conoscano sepolture effettuate dai Goti al disotto di acque di fiumi o canali, per scongiurare il reperimento di tombe di illustri personaggi, perché quelle genti usavano il metodo di inumazione dei cadaveri, il sepolcro di Alarico dovrebbe trovarsi nei luoghi interessati al corso del Bussento e del Mingardo perché l’antico copista potrebbe, col suo errore, aver fuorviato le ricerche[71]. Nel 1744 e soprattutto nel 1860, grazie al libro di Kopke,[72] furono effettuati scavi e accurate ricerche a Cosenza e dintorni con il preciso scopo di rinvenire il sepolcro di Alarico e l’ingente tesoro che, si ritiene fosse stato sepolto con lui. Gli scavi non dettero però alcun risultato perché, come più volte accennato, il condottiero barbaro non venne seppellito nei pressi della città calabra ma nel fiume Bussento, che sbocca nel golfo di Policastro a oltre 180 km più a nord, dal predetto fiume Busento, poverissimo di acqua . Infatti, Schreiber scrive:<<Talvolta, d’estate, si ha l’impressione che ci sia poco da deviare, perché nel letto scorrono rigagnoli: filtrano per loro conto, senza che nessuno debba intervenire, nell’aria rovente di Calabria>>. << E’ l’atteso momento dei dissotterratori di tesori, provenienti da località dell’Italia povera, ma anche da paesi ricchissimi, con flusso annuale regolare, i quali credono che ai goti non mancarono certo le braccia dei prigionieri per deviare il corso del Busento, nel cui letto seppellirono il sovrano>>.[73] Dove si trova esattamente il Bussento? Quali le sue caratteristiche? Il Bussento è l’unico fiume dell’Italia meridionale che, scavando il proprio corso tra le montagne, abbia, per un certo tratto, un percorso sotterraneo. Esso, tratte le prime fonti dal monte Cervati e ricevute, presso Sanza, le acque cosiddette <<della Ferriera>>, forma un piccolo lago Sabetta; indi correndo verso Caselle in Pittari, giunge in una contrada denominata <<Tironi>>. Qui esso si inabissa in una profonda voragine e, nascondendo il suo letto nelle viscere della terra, percorre circa sei chilometri. Riappare a nord di Morigerati e, dopo aver ingrossato le sue acque con il fiume di Casaletto e Tortorella, impetuoso e spumeggiante, va a sfociare, dopo un percorso di circa trentasette chilometri, nel mare, a due chilometri circa ad Ovest di Policastro, nel golfo omonimo.[74] Ed ora, fermiamoci e riflettiamo, su questi versi che cantò un coro di uomini:
Dormi, o re, ne la tua gloria! Man romana mai non violi la tua tomba e la memoria[75].
Forse il tesoro di Re Alarico, frutto di estorsioni e razzie, composto da monete e verghe d’oro, monili e oggetti di raro pregio , aspetta, dalle sponde del Bussento, da quasi 1600 anni, un Aladino di nuovo conio che lo riporti alla luce. Nel 1869, Schliemann, Iliade alla mano, percorse la costa orientale dei Dardanelli e sulla collina di Hisarlik riconobbe la sede dell’antica Troia e iniziò gli scavi. Poco più tardi, il 15 giugno 1873, vigilia della chiusura del cantiere, ritrovò il favoloso “Tesoro di Priamo”[76] La penetrazione barbarica, sempre più forte, determinò la formazione di nuovi ordinamenti, costumi, strutture politico-sociali e, nell’anno 476 la fine dell’Impero Romano d’Occidente, ossia la deposizione da parte del barbaro Odoacre, Re degli Eruli, dell’ultimo imperatore romano d’occidente, Romolo Augusto, detto Augustolo[77].
Prima di passare al capitolo successivo, non possiamo fare a meno di spendere poche parole sulla fine di questi dominatori. Degli ottantuno imperatori romani legittimi[78], nei quattro secoli e mezzo dell’Impero, quarantasei vennero trucidati, cinque caddero in battaglia e soltanto trenta morirono di morte naturale. Il solo periodo in cui non si registrarono uccisioni di imperatori fu quello compreso negli ottantaquattro anni tra Nerva e Marco Aurelio. Questa è prevalentemente l’età dei grandi imperatori filosofi, degli imperatori adottivi, l’età durante la quale l’Impero raggiunse la sua maggiore estensione territoriale. Le monete romane ( sesterzi, dupondi e assi, e ancorpiù dei monumenti, busti o statue) ci hanno tramandato le sembianze dei Cesari Augustei. I rovesci delle monete ci hanno informato dell’andamento delle varie battaglie. Inoltre, attraverso le leggende impresse sul dritto, possiamo affermare con precisione quando i vari imperatori hanno ottenuto poteri tribunizi, quando sono stati Cesare, e P.P. In effetti, il volto della classicità si formò sotto di essi e delle loro Auguste: uomini e donne che nel bene e nel male ebbero, su gran parte del mondo, potere assoluto. Ma quali furono i loro volti ? La Storia non risponde. Né Tito Livio, né Tacito, né Svetonio, né Dione Cassio o l’<< Historia Augusta>>, possono restituire al nostro sguardo i tratti fisici di questi indiscussi protagonisti. Né può aiutarci la statuaria. Per le Auguste, troppo pochi i busti giunti fino a noi, e non tutti di sicura attribuzione. Per risalire alla verità iconografica rimane una sola fonte incontrastata di documentazione: la numismatica. Solo le monete, indispensabili strumenti della vita economica, sintetici e capillari mezzi di propaganda in un’epoca sprovvista dei moderni canali di informazione, hanno conservato per noi in vive immagini i ritratti ufficiali della nostra storia più grandiosa. La moneta romana, è lo specchio fedele della storia politico-religiosa sociale del mondo romano, ne segue regolarmente e costantemente le vicende, segnando e registrando non solo tutti gli avvenimenti, ma tutte le evoluzioni del pensiero e forma; rappresenta così per noi la fonte più copiosa di informazioni, il documento storico più autentico. Sulle monete romane vi figurano, gli dei dell’olimpo, i semidei e gli eroi e anche quelle personificazioni allegoriche che formano una delle più singolari e certo la più vasta caratteristica della monetazione romana. Vi sono rappresentati inoltre: allocuzioni all’esercito da parte dell’Imperatore, le sue partenze, gli arrivi o gli ingressi in città, le vittorie e i trionfi, i viaggi nelle province dell’Impero, i fausti avvenimenti della sua famiglia, altre raffigurazioni dell’imperatore e inoltre il senato, il popolo, l’esercito, le città e le province , i fiumi, i pubblici avvenimenti, i voti, i giochi, i monumenti (circhi, ponti, fori)[79]. [1] Stilicone Flavio, generale romano (n. ca 365-Ravenna 408): Figlio di un vandalo che aveva militato negli eserciti imperiali, combatté al servizio di Teodosio, che nel 395, in punto di morte, gli affidò i figli Arcadio e Onorio: Respinse i goti di Alarico sconfiggendoli a Pollenzo (402) e a Verona (403), ma l’origine barbarica gli valse l’ostilità delle due corti imperiali. Nel 408 fu accusato di aspirare al trono e giustiziato. Cfr. Enciclopedia della Storia Universale - Istituto Geografico De Agostini p.1064. [2] Figlio di Teodosio (il Grande) e di Aelia Flaccilla, fratello minore di Arcadio, nacque nel 384 a Costantinopoli. Nel 393 ebbe il titolo di Augusto, e a soli 11 anni divenne erede dell’Impero Romano d’Occidente che resse sotto la tutela di Silicone. Nel 398 sposò Maria (figlia di Silicone) alla morte della quale sposò la sorella Termanzia. Cfr. Zambrini E., Collezionare Monete Romane Editore Graphic Andora 1992. [3] Ricorderemo che con la morte di Teodosio (19 gennaio del 395) il potere passò ad Onorio (impero d’occidente) e al fratello Arcadio (impero d’oriente) . Ciò decretò la fine del grande Impero Romano, dividendo per sempre i confini fra oriente e occidente. Ibidem. [4] Vedi appresso [5] La capitale era passata da Roma a Milano, poi nuovamente a Roma e a partire dal 403 a Ravenna mentre la città di Roma diventava la capitale spirituale. [6] Indro Montanelli - Storia D’Italia - Rizzoli Editore luglio 1979 vol. I - p. 364. [7] Succeduto ad Alarico, nel 413 prende la storica decisione di collaborare con Roma, conduce i Visigoti in Gallia e in Spagna, sposa Galla Placidia (gennaio 414), viene ucciso (415). - Vedi appresso - Cfr. Schreiber Hermann - I goti Garzanti Editore s.p.a. 1981 pp.157 e 297. [8] Ibidem. [9] La Nascita Dell’Europa Selezione dal Reader’s Digest S.P.A. Milano 1996 p.34 [10] Enciclopedia Italiana - Treccani - alla voce Alarico I. voll. II. [11] Con i riferimenti alle malattie presenti nei testi antichi bisogna andarci cauti: non avendo ancora avuto luogo nessuna battaglia e tenuto conto che l’inverno romano è freddo, né le salme rimaste sul terreno dopo più cruenti scontri né i morti o le carogne degli animali restati insepolti avrebbero provocato la peste; sarà piuttosto scoppiato il colera a Roma, o la dissenteria, perché gli uomini mangiavano l’immangiabile. Hermann Schreiber cit. pp. 160-61.
[12] Ibidem [13] <<Quanto più il fieno è fitto tanto meglio lo si taglia>> Biagi E., op. cit. <<L’erba folta si falcia più facilmente di quella rada>> Indro Montanelli cit. p. 366. [14] Hermann Schreiber cit. p.162. [15]Antica misura di peso di 12 once pari a circa 340 grammi. [16] Cfr. Schreiber Hermann cit. p. 164. [17] Attalo (Prisco) - Priscus Attalus - Fu nominato imperatore nel 409 d.C, da Alarico, re dei Goti, in contrapposizione a Onorio, ma fu deposto poco tempo dopo. Rielevato al rango imperiale da Ataulfo nel 414, fu fatto prigioniero da Costanzo che lo inviò a Ravenna da Onorio. Questi gli fece mozzare la mano destra e lo deportò all’isola di Lipari ove morì. Cfr. Frisione Gino - Monete di Roma Imperiale Genova p.165. [18] Gregorovius Ferdinand, storico tedesco 1821-1891. Di origine polacca, stabilitosi in Italia nel 1852 vi compose la sua opera più importante, Storia della città di Roma nel Medioevo (8 voll.), nella quale, avvalendosi di molti documenti tratti da archivi e biblioteche di famiglie patrizie romane, tracciò una storia politica, civile e culturale di Roma dalla caduta dell’impero a Carlo V. Cfr. Enciclopedia della Storia Universale - Istituto Geografico De Agostini Novara 1998. p.649. [19] Cfr. Schreiber H., cit. p.166ss. [20] Cfr. La nascita dell’Europa cit. p.163. [21] Ibidem p. 31. [22] E’ molto probabile che la città fosse stata tradita , cioè che esistesse in essa una forte fazione barbarica affiancata da schiavi e popolino non più disponibili a mangiare ratti e patire epidemie per salvare i ricchi o per farli vivere più a lungo. Cfr. Schreiber Hermann cit. p.168 [23] Cfr. Dalla Villa I., in La Caduta Dell’Impero Romano Arese 1991 p.12 [24] Nel IV secolo le fonti scritte danno notizia delle prime forme di cristianizzazione dei Visigoti a opera del vescovo Ulfila, originario di una famiglia cristiana della Dacia. L’opera missionaria di Ulfila contribuì alla diffusione della forma ariana del cristianesimo, così chiamata dal nome del suo fondatore Ario (280-336). Cfr. La Nascita dell’Europa Selezione dal Reader’s Digest S.p.A. Milano 1996 p. 32. [25] Cfr. Sorrentino P., Salerno nei secoli, 1998 p.25. [26] Sant’Agostino, allora vescovo a Ippona, trovò nell’avvenimento lo spunto per la sua opera capitale. La città di Dio - Cfr.- Indro Montanelli cit. p. 372 e Cfr. Isituto Geografico De Agostini - GEDEA 98/99 alla voce Alarico I [27] Unica figlia avuta in seconde nozze da Teodosio. Sposò Ataulfo Re dei Goti, dopo la morte di Alarico. Vedi appresso Cfr. Zambrini E., cit. pp. 269-70. [28] Dal confine naturale di Agropoli quale è il fiume Solofrone fino all’Alento era il vero originario Cilento. Oggi si intende la subregione montuosa che si protende come una penisola tra i golfi di Salerno e di Policastro ed è limitata a nord dall’Alburno a est dal Vallo Diano e comprende 70 comuni 162 paesi e una superficie di 2161,55 kmq. Per secoli (dal 1677) se ne fatto derivare il nome, ricorrendo alla locuzione latina cis Alentum, che alludeva a una terra posta appunto “al di qua dell’Alento”, quantunque il fiumenon ne segni più il confine. Gli scrittori moderni considerano tale versione sicuramente errata e da abbandonare per sempre con la massima determinazione; da prendere in considerazione sono invece derivazioni preromane, riferite con molta probabilità, ad un centro abitato fortificato posto sul Monte Stella. - Si veda: Aversano E. in Storia delle Terre del Cilento Antico 1989, La Campania paese per paese vol. I fasc. 18, Capano A., il Cilento - periodico, giugno 1982. [29] Cfr. Sorrentino P., cit. p. 25. [30] Vedi Capitolo I , l’esodo. [31] Antico territorio a est dell’Inn ; dal 45 d.C. provincia romana con Virunum. [32] Indro Montanelli cit. p. 372. [33] I Propilei - Grande Storia Universale Mondadori - Arnoldo Mondadori Editore 1967 p. 659. [34] La si trova menzionata nelle trattative che il condottiero ebbe con Onorio, il quale reclamava con perentoria insistenza la restituzione della sorellastra. Cfr. Indro Montanelli cit. p. 372. [35] Il dono di nozze di Ataulfo consisterà in cento vassoi pieni di preziosi di ogni genere. Il matrimonio celebrato nel 414, era nato sotto una cattiva stella: 415, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Galla Placidia perse prima il figlio, poi il marito. Cfr. La Nascita dell’Europa cit. p. 33 - Vedi appresso -. [36]Cfr.Biagi E., Storia D’Italia ecc. op. cit. si veda anche Schreiber Hermann I Goti Garzanti Editore s.p.a. 1981 p.162. [37] Il fiume Bussento nasce sui monti che si trovano ad occidente di Caselle in Pittari nel Cilento e, dopo un percorso, in parte sotterraneo, di 37 km sfocia nel golfo di Policastro non distante dall’attuale Policastro Bussentino e dalla colonia greca di Pixnte divenuta poi municipio romano. [38]STORIA UNIVERSALE Rizzoli Larousse - Mi 1985 p.282. [39] La tomba del Busento, trad. Di Giosuè Carducci in Schreiber cit. p.176. [40] Cfr. La Nascita dell’Europa cit. p.35. [41] Nacque a Ravenna nel 417. Fu allevata presso la corte Ravennate, e ben presto venne insignita del titolo di Augusta. Molto probabilmente fu convinta a fare voto di castità perpetua, per cui grande fu lo scandalo quando si seppe che era incinta (pare che il responsabile fosse stato un inserviente, subito ucciso). In seguito allo scandalo, Placidia, donna di forte carattere, inviò la figlia in esilio a Costantinopoli. Onoria, saputo che Attila era presente con le sue truppe in quella città, gli inviò un suo anello, pregandolo di chiederla in sposa. Ricevuta la richiesta di Attila, i regnanti inviarono Onoria a Ravenna, presso il fratello Valentiniano III, che la fece sposare immediatamente ad uno sconosciuto, così da potersi giustificare con Attila. Questi prese quindi la decisione di invadere la Gallia, saccheggiandola terribilmente e distruggendola. Un anno dopo circa si portò in Italia e depredò tutto il nord, mentre Valentiniano III fuggiva da Ravenna verso Roma, cercando protezione presso Papa Leone. Finalmente per Onoria era giunto il tanto agognato momento di libertà, ma un destino crudele volle che Attila morisse improvvisamente di emorragia, facendo svanire per sempre il suo sogno di liberazione. Onoria venne rinchiusa in una fortezza e non si seppe neppure quando morì. Qualcuno dice nel 454. Quasi tutte le citazioni sopra menzionate sono state attinte dal “De Rebus Geticis “ di Giordane, e dalle cronache di Prospero. La versione dei fatti su descritti è tra gli altri accettata anche dal Gibbon dal Gregorovius e dal Zambrini cit. p. 281-82. [42] Cfr. Zambrini E., cit. pp.268 –269. [43] Cfr. La Nascita dell’Europa cit. p. 13. [44] Cfr. Zambrini E.,cit. p.278. [45] Cfr. La Nascita dell’Europa cit. p. 35. [46] Cfr. AA.VV. Storia delle terre del Cilento antico p. 955. [47] E’ uno dei fiumi più brevi (27 km.) e più poveri d’acqua. Nasce sul monte Cocuzzo e sbocca nel Crati presso Cosenza. [48]Vedi appresso [49]Vedi appresso [50]Cassiodoro Flavio Magno Aurelio (480 - 575) , Historia Gotho rum [51] Giordane, De origine actibusque getarum -(Iordanes; goto romanizzato, vescovo di Crotone; scrisse la storia dei goti nel 551; fece un riassunto dell’opera perduta di Cassiodoro) Cfr. Schreiber Hermann cit. p.303 e 179. [52]Storico longobardo (724 - 799) , Historia Langobardorum [53] Labosum atque lutosum così nella seconda metà del II sec. a.C. il poeta Lucillo descriveva il percorso della strada consolare che univa Capua a Reggio: Sdrucciolevole e fangosa, questa doveva somigliare più a una via campestre che alle grandi vie romane, per esempio, la via Appia; tuttavia essa costituiva uno dei più importanti assi viari dell’Italia meridionale al quale si collegavano un gran numero di vie secondarie diverticoli che costituivano la base del territorio in età romana, in aree di grande rilevanza economica, politica e militare quali la Campania, la Lucania ed il Bruzio. Cfr. Lungo le Strade Antiche - opuscolo - Soprintendenza Archeologica Salerno. [54]Cfr. Il Maestrale del Sud, Aprile 1996. [55]Cfr. Il Maestrale del Sud, Settembre 1996. [56]Filomarino A., Contursi figlia di Saginara Roma 1923 pp.47-91. [57] Tomo 7 pag.95. [58] La Campania , pubblicazione periodica settimanale n° 34 1997 pag.276. [59] Le caratteristiche delle acque termali erano note ai tempi dei romani. Ci sono stati ritrovamenti archeologici in località Saginara (insieme di ville romane) e in località Piana è stato portato alla luce un insediamento romano. Cfr. Lungo le Strade Antiche, 0p. cit. [60] Le indagini archeologiche testimoniano insediamenti a partire dal IV sec. a.C.; in epoca romana la città diviene Municipium col nome di Tegianum. Dopo la distruzione da parte di Alarico prese il nome di Dianum, da cui deriva il nome Vallo di Diano. Cfr. Lungo le Strade Antiche op. cit. [61] Pixnte (Buxentus) fu Fondata dagli Enotri, che si erano stabiliti tra il golfo di Taranto ed il fiume Silarus (Sele), ad essi risale una massiccia fortificazione, costituita da un recinto murario in poligonale, noto col nome di <<mura ciclopiche o pelasgiche>> fu chiamata dai greci, nel sesto secolo a.C., Pixnte per l’estensione delle macchie di bosso, di cui era ricca la zona, Il nome mutò in Buxentum, che è Pixnte voltato in latino. Cfr. Guzzo A. e Bracco V. opere citate. [62] A partire dal 502 un certo Padre Rustico, interveniva al III Concilio romano, indetto dal Papa Simmaco, e ne sottoscriveva con gli altri Padri i decreti, come nell’altro lateranense, celebrato nell’anno 549 da San Martino I, contro l’eresia dei monoteliti, quello di Sabazio , entrambi vescovi bussentini. Cfr. Binio, dei Concili, vol. IV, p. 736 - Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, p. 34. Giuseppe Volpe , Notizie Storiche Delle Antiche Città e de’ principali luoghi del Cilento Roma 1888 rist. Anast. 1971 p. 116. [63] Tertio anno secuti semper indomitus furor cito pericolorum oblliviscitur, Servilius Caepio et Sembronius Blaesus cons. cum ducentis sexaginta navibus in African transgressi, universam oram maritimam, quae citra syrtes iacet, depopulati sunt; atque in superiora progressi, eversique civitadibus, ingentem praedam ad classem devexerunt. Inde cum Italiam redirent, circa Palinuri Promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, illis scopulis, centumquinquaginta onerarias naves, nobilenque praedam crudeliter adquisitam, infeliciter perdiderunt” Ma mentre stavano tornando in Italia, nei pressi del capo Palinuro, che si protende in mare come prolungamento dei monti Lucani, andarono ad urtare contro gli scogli e persero miseramente centocinquanta navi da carico e la ricca preda che s’erano guadagnati con la loro crudeltà.- Traduzione di Aldo Bartalucci, a cura di Adolf Lippold - Milano - Arnoldo Mondadori Editore rip. Da La Greca F. in Annali Cilentani n° 2 1993 - Il Nocchiero Palinuro nell’Eneide di Virgilio. [64] Libri VII, Lipsia 1889. [65] Vedi capitolo I. [66] E’ nato a Wiener Neustadt nel 1920. Attualmente vive a Monaco. Tra le sue opere, tradotte in tutto il mondo, ricordiamo: Civiltà scomparse (Garzanti 1958); Gli unni (Garzanti, 1976) ; La Cina (Garzanti, 1980); I goti (Garzanti 1981); Gli arabi in Spagna (Garzanti, 1982). [67] Schreiber Hermann, Gli arabi in Spagna - Garzanti Editore s.p.a. 1982 pp.12-13. [68] Vedi capitolo I . [69]Filomarino A., cit. passim [70] Enciclopedia delle ricerche tutto domani - Istituto Culturale Europeo - vol. III storia p.79. [71] Cfr. Sorrentino Piero, Salerno nei secoli Salerno 1998 p.27. [72] Die anfause des Konigstums bei den gothen - Berlino 1859. [73] Shreiber H., I Goti op. cit. p. 176ss. [74] Cfr. Guzzo A., Da Velia a Sapri - Cava dei Tirreni 1978 p.154. [75] Cfr. Schreiber H. cit p. 176. - si veda anche il Carducci : La tomba nel Busento “Alarico i Goti piangono.../ Man romana mai non violi.../ La sua tomba e la memoria. [76] Coppe e Diademi d’oro, 56 orecchini a cerchietto, anelli, placche d’oro ecc. per la descrizione completa vedi Leo Deuel - sulle tracce di Heinrich Schliemann Garzanti Editore s.p.a. 1980,1981 p.262-ss -. Omero visse verso la metà dell’VIII secolo a.C. Nacque nell’isola di Chio e morì in quella Los, nelle Cicladi. Compose l’Iliade e l’Odissea facendo uso del, novello, alfabeto greco . I temi affrontati da Omero in questi due poemi rispecchiano le vicende dell’età micenea, che cinquecento anni separano dall’epoca del poeta. Attingendo alla tradizione orale, alle leggende degli antenati, ai lontani ricordi di una guerra tra greci e abitanti dell’Asia Minore egli creò la sua epopea mescolandovi elementi di vita e di storia a lui contemporanei Adam J. P. cit. p.136-37 [77]Cfr. Biagi E., Storia D’Italia ecc., op. cit.
[78] Compresi i non legittimi furono: 1) Augusto 27 a.C. 14 d.C. ( Livia)* 2) Tiberio 14-37 (Giulia) * 3) Caligola 37-41 ( Cesonia ) * 4) Claudio 41-54 (Messalina - Agrippina) * 5) Nerone 54-68 (Ottavia - Poppea - Messalina Statilia) * 6) Galba 68-69 (7 mesi di regno) * 7) Otone 69 (dal 15/1 al 16/4) * 8) Vitellio 69 (dal 2/1 al 20/12) * 9) Vespasiano 69-79 (Domitilla) * 10) Tito 69-81<FiglioVespas.> (Giulia Figlia) * 11) Domiziano 81-96 <Frat.Tito> * (Domizia) * 12) Nerva 96-98 * 13) Traiano 98-117 (Plotinia) * 14) Adriano 117-138 (Sabina) * 15) Antonino Pio 138-161 (Faustina I - +141) * 16) Marco Aurelio 161-180 (Faustina II - +175) * 17) Lucio Vero 161-169 <Frat.Marc. Aur.> (Lucilla) * 18) Commodo 180-192 (Crispina) * 19) Pertinace 193 <dal 1/1 al 28/3> (Tiziana) * 20) Didio Giuliano 193 <dal 28/3 al 4/6> (Manlia Scantilla) * 21) Settimio Severo 193-211 (Giulia Domna) * 22) Caracalla 211-217 (Plautilla) * 23) Geta 211-212 <Frat. Carac.> * 24) Macrino 217-218 * 25) Diadumeniano 217-218 <Figlio Macr.> * 26) Elagabalo 218-222 (Giulia Paola - Aquila Severa - Annia Faustina ) * 27) Alessandro Severo 222-235 (Orbiana) * 28) Massimino I 235-238 (Paolina) * 29) Massimo 235-238 <Figlio Mass.> * 30) Gordiano I <Africano> 238 * 31) Gordiano II 238 <Figlio Gord.> * 32) Balbino 238 * 33) Pupieno 238 <ass. nel regno> * 34) Gordiano III 238-244 (Tranquillina) * 35) Filippo I 244-249 (Octacilia) * 36) Filippo II 247-249 <Figlio Fil.> * 37) Traiano Decio 249-251 (Etruscilla) * 38) Erennio 251 <Figlio Traian.> * 39) Ostiliano 251 <Frat. Eren.> * 40) Treboniano Gallo 251-253 * 41) Volusiano 251-253 <Figlio Treb.> * 42) Valeriano I 253-260 (Mariniana) * 43) Gallieno 253-268 <Figlio Val.> (Salonina) * 44) Valeriano II 253-268 <Frat. Gall.> * 45) Claudio II 268-270 * 46) Quintillo 270 <Frat. Claud.> * 47) Aureliano 270- 275 (Severina) * INTERREGNO 275 <circa sei mesi> * 48) Tacito 275-276 * 49) Floriano 276 <Frat. Tacito> * 50) Probo 276-282 * 51) Caro 282-283 * 52) Numeriano 283-284 <Figlio Caro> * 53) Carino 283-284 (Magna Urbica) * 54) Nigriniano 284 <Figlio Carino> * 55) Diocleziano 284-305 * 56) Massimiano Ercole 286-305 * 57) Costanzo I Cloro 305-306 (Elena - Teodora) * 58) Galerio Massimiano 305-311 (Valeria) * 59) Severo II 306-307 * 60) Massimino II Daza 309-313 * 61) Massenzio 306-312 * 62) Licinio I 308-324 (Costanza) * 63) Licinio II 317-326 <Figlio Lic.> * 64) Martiniano 324 <fatto uccidere da Costantino> * 65) Costantino Magno 306-337 (Fausta) * 66) Crispo 307-326 <Figlio Costant.> * 67) Delmazio 335-337 <Nipote Costant.> * 68) Annibaliano 335-337 <Nipote Costant.> * 69) Costantino II 337-340 * 70) Costante 337-350 * 71) Costanzo II 323-361 <Figlio Costantino> + * 72 ) Magnezio 350-353 * 73) Decenzio (Ft) 351-353 * 74) Costanzo Gallo 351-354 * 75) Giuliano II l'Apostata 361-363 (Elena) * 76) Valentiniano I 364-365 * 77) Valente 364-378 * 78) Graziano 367-383 * 79) Valentiniano II 375-392 * IMPERO D'OCCIDENTE: 1) Teodosio 379-395 (Flaccilla) * 2) Magno Massimo 383-388 * 3) Flavio Vittore 384-388 * 4) Onorio 395-423 * 5) Costanzo III 421 <dal 8-2 al 9-7> * 6) Giovanni 423-425 * 7) Valentiniano III 425-455 (Licinia Eudossia) * 8) Petronio Massimo 455 <dal 17-3 al 31-5> * 9) Avito 455-456 * Interregno <circa sei mesi> * 10) Maggiorano 457-461 * 11) Severo III 461-465 * 12) Atemio 467-472 <Eufemia> * 13) Olibrio 472 <da aprile al 2-11> * 14) Glicerio 473-474 * 15) Giulio Nepote 474-475 * 16) Romolo Augustolo 475-476 * IMPERO D’ORIENTE: 1) Arcadio 395-408 (Eudossia) * 2) Teodosio II 408-450 (Eudossia) * 3) Marciano 450-457 (Pulcheria) * 4) Leone i 457-474 (Verina) * 6) Zenone 474-491 (Ariadne) * 7) Basilio 475-476 (Zenoide) *. [79] Cfr. Montenegro E., Monete Romane Imperiali 1988 pp. V-VI - Gnecchi F., I tipi Monetari di Roma Imperiale -1907- passim.
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